LE INTERVISTE

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Tuccio Musumeci, un volto siciliano

di Carmelo Barbera

 

Il teatro! Questa antichissima forma espressiva che affascina l’uomo fin dai tempi più remoti. Questo modo di esprimere sentimenti e vissuti umani talmente vero, talmente reale che a volte, seduti su una comoda poltrona in sala, sembra di assistere a una delle tante “teatralità” che prendono vita nelle nostre strade o nei nostri condomini. I personaggi di quelle scene, poi, sembrano saltare fuori dal palcoscenico per prendere posto accanto a noi lungo i sentieri della nostra vita. Questo accade soprattutto con personaggi e storie del teatro dialettale, non solo siciliano. Ma restiamo a noi, alla nostra terra così ampiamente descritta nelle pagine di Martoglio, Pirandello, Capuana e, un po’ più vicine ai nostri giorni, di Sciascia e Camilleri. Quelle storie ci appartengono, in quei personaggi c’è un po’ di tutti noi.

Ho provato queste sensanzioni quando sono andato a  trovare, nella sua casa di Catania, Tuccio Musumeci.

Una voce calda, sicura e accogliente mi invita a salire su per le scale. Lui è lì, con la sua cravatta che, stretta al collo della camicia, mette in risalto il suo volto. Una “maschera”, intesa non come travestimento ma come personificazione del carattere di un popolo. Quello siciliano. Gentilissimo mi fa accomodare in salotto, un ampio salone ricco di ricordi, fotografie di famiglia, anche suo nonno in una vecchia foto del 1904 assieme ad altri laurendi in medicina. Incorniciato, quasi confuso tra altre cornici appese al muro, il premio “Italian-American Forum” del Mark Hellinger Theatre di Broadway.

«Nel 1987 – dice orgoglioso – l’ho ricevuto a New York per “Pipino il Breve”, la commedia musicale di Tony Cucchiara che ha riscosso molto successo in Italia e all’estero».

Ma chi è Tuccio Musumeci?

«E’ una parola! – sorride ammiccando, come per dire “non è semplice spiegarlo” –. E’ una persona normalissima che fa il mestiere dell’attore. Ma come nasce? Nasce forse per un caso. Da ragazzino, ma anche quand’ero al liceo, tutto mi sognavo tranne di fare l’attore. Dovevo fare il medico. Nella famiglia di mia madre sono tutti medici e io dovevo continuare questa tradizione! Senonché mi trovavo in Emilia (parte del liceo e il primo anno dell’Università li ho fatti a Modena) e lì ho conosciuto una compagnia di passaggio, pure loro giovani; era la compagnia di Parenti-Fo-Durano. Così mi è venuto questo grande desiderio di fare teatro».

Da allora Tuccio Musumeci ne ha fatta di strada...

«Sì, ma anche molta fatica. Dopo Modena ritornai a Catania, nella mia città, dove ho incontrato un altro giovane anch’egli innamorato del teatro. Era Pippo Baudo. Con lui cominciammo a fare cabaret. Ma non quello delle barzellette. Il nostro era cabaret vero, si affrontavano argomenti scottanti della società di allora».

Pippo e Tuccio hanno girato la Sicilia in lungo e in largo con il “Ficcanaso”, così si chiamava il loro spettacolo. Poi le loro strade si sono separate, a Pippo Baudo si aprirono le porte della televisione e Tuccio continuò, invece, la sua passione per il teatro.

Qualche tradimento, però c’è stato?

«Sì, ma solo per il vile denaro – dice sorridendo –. Ho partecipato sia a programmi televisivi sia a pellicole cinematografiche. Lì pagano bene, ma dopo un po’ mi sono reso conto che ogni qualvolta mi distraevo dal teatro era sempre più difficile riprendere. Il mio cuore, la mia anima sono su un palcoscenico».

Nel 1958 la svolta: entra a far parte dell’Ente Teatro di Sicilia, oggi Teatro Stabile di Catania, diretto da Mario Giusti.

«Forse la migliore scuola di teatro in Sicilia! Lì ho avuto la fortuna di incontrare e lavorare con Turi Ferro, Michele Abruzzo, Umberto Spadaro e alla grande Rosina Anselmi».

Dal 1967 Tuccio Musumeci ha ricoperto ruoli da protagonista diventando primo attore. Oggi è al Teatro Biondo di Palermo.

«Il mio cuore, però, è e rimane a Catania. Palermo è solo il punto di partenza dei miei spettacoli che poi vengono portati e mi portano in tutta Italia. “Annata ricca”, per esempio, è stata in cartellone anche al Teatro Tripovich di Trieste».

Come viene accolto al Nord uno spettacolo teatrale di un autore come Martoglio che parla e racconta siciliano?

«Intanto non recitiamo mai in dialetto stretto. Poi... Pirandello, Martoglio e perfino un attore come Angelo Musco che recitava in un dialetto stretto fanno parte oramai del patrimonio teatrale di tutto il Paese. Le loro opere, i loro modi di dire sono ovunque conosciuti. Ma... crede che al Nord i siciliani siano pochi?».

Già! C’è da aggiungere che il teatro dialettale siciliano, veneto, toscano o romano che sia piace in qualunque parte d’Italia.

Molte compagnie ancora oggi presentano commedie in dialetto. Continua a piacere. Ci sono gli attori, i consensi del pubblico ma... non è che mancano gli autori?

«Sì e no. Certo non ci sono “grandi” paragonabili a Pirandello o Martoglio, per restare in Sicilia. Però belle cose sono state tratte anche da Sciascia, penso per esempio al “Consiglio d’Egitto”. Splendidi sono anche i lavori di Giuseppe Fava, di lui ho interpretato “Cronaca di un uomo”. Ho provato anch’io a scrivere qualcosa, ma senza risultati». E ride!

Forse sta cambiando anche il teatro, influenzato anch’esso dai nuovi modi di comunicare. Ritiene che Internet possa metterlo in crisi?

«Assolutamente no! Anzi, è al contrario. Il cinema e la televisione forse saranno messi in crisi, se non lo sono già. Ma il teatro è un’altra cosa. C’è quel rapporto diretto con la gente che ti vede in carne e ossa, ti scruta e si sente scrutata dai personaggi che sono sul palco. L’uomo ha bisogno di comunicare. Internet... per adesso c’è la moda, ma poi si ritorna a essere “normali”».

Personalmente dice di non identificarsi in un personaggio in particolare tra quelli da lui interpretati. Gli piace non la comicità fine a se stessa, alla risata, ma quella comicità che appartiene alla commedia dell’arte, quella legata alla satira e allo sberleffo. Nel prossimo futuro di Tuccio Musumeci c’è il “San Giovanni decollato” di Martoglio, in programmazione a febbraio sempre al Biondo di Palermo. Un altro personaggio, l’ennesimo, da interpretare. Ma allora, Tuccio Musumeci è uno, nessuno o centomila?  

Sorride e... «Faccia lei».

 

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