E' solo un capannone essenziale e trascurato, in
balia del vento e degli ubriachi che la notte si innamorano della luna; è un capanno
senza grazia né poesia che dalle fratture del suo corpo possente emette suoni e rumori e
pause, come il respiro che si schianta forte contro il petto fino a liberarsi in una lunga
e interminabile voce zitta e invisibile.
Mi avvicino curiosa a
una porta accostata, spiando senza intenzione e catturando il fascino ambiguo delle pareti
screpolate e dei pezzi di carnevale senza identità, come cadaveri di colori e forme che
giacciono in un angolo ansiosi di poter rivivere anche un solo istante, e poi cadere giù
nel limbo delle rimembranze. Quei frammenti di colori impastati e i ruderi di un corpo
ancora da modellare sono istanti di un carnevale, che per la folla deve ancora arrivare ma
per molti altri sta per finire, o forse non finirà mai, lo so soltanto ora. Ora che un uomo con mani
appiccicose e, addosso, indumenti sepolti sotto la pelle artificiale tessuta dai colori
induriti, mi lascia entrare nel suo mondo di cartone e pezzi di ferro da saldare e stoffe
colorate, come spettacolo solo per me abbandonata alle ombre e al silenzio di una platea
che non esiste.
Sortilegio, stregoneria, miracolo, spettacolo di uno spettacolo che deve ancora essere
rappresentato, preludio di magia e colori e suoni che sedurranno gente e piazze ubriache
di euforia e allegria spensierata, per far festa in questa festa che ogni anno coinvolge
gruppi di turisti e amanti del bello giunti da chissà dove. Con voce pacata e
rassicurante, nel suo dialetto poco diverso dal mio, questuomo minuto comincia a
raccontare la fiaba vera di un carnevale cominciato parecchi decenni fa e, in fondo, mai
conclusosi. Quasi il processo naturale del fiore che spunta in primavera e cresce ridente
e profumato di colori tenui, per accogliere galantemente lestate che si affaccia con
la sua pelle abbronzata, e gli sussurra a un orecchio di vivere fino in fondo il suo
tempo, mentre il richiamo della morte si avvicina coi giorni umidi dellinverno. Ma
non muore il fiore, lui si nasconde nelle viscere della terra, dove il gelo non potrà
arrivare, e si addormenta. Fra qualche tempo, la prossima primavera, sboccerà più forte
e vestito di colori sempre più accesi e meravigliosi. Sarà così, fino alla fine del
mondo.Il mio Virgilio mi fa cenno di sedere in un angolo accomodato di questa fabbrica di
magia e fantasia e segreti che lui non mi svelerà mai. "Dura
da settantanni il carnevale qui, ad Acireale - mi dice con una punta dorgoglio
e sottile vanto - Il padre di mio padre era uno dei più bravi carristi, passava notti
intere a modellare e plasmare pazientemente e devotamente come fosse cristallo, quasi il
cristallo si potesse plasmare e modellare, le sue maschere di cartapesta.
Mi ha lasciato in eredità la passione per questi pezzi di carta colorata e appiccicosa, e
la storia di "mastro Luciano" che ogni anno costruiva il suo carro
nellandrone del palazzo secentesco dei "Brutti" di San Michele, creando
intorno a sé una confusione piacevole e magica di meravigliose maschere senza tempo.
Ora, dopo mezzo
secolo, la cartapesta diventa abito di lusso di telai in ferro, di gruppi elettrogeni per
lilluminazione e di meccanismi sofisticati che fanno muovere i pupazzi
in un ballo inventato e lento che, dove i nostri palazzi eleganti e intrisi di
spettacolarità lo permettono, scattano in piedi oltrepassando i 14 metri di altezza. È antica la storia
del carnevale acese, come antico è il desiderio di concedersi un attimo di follia genuina
e cercata a lungo, almeno una volta lanno. In un tempo così lontano da chiamarlo
secoli fa (si riferisce al XVII secolo), i pochi nobili locali sfilarono per le vie della
città nelle loro carrozze raffinate e superbe, distribuendo alla folla confetti e
lillusione di pochi momenti di far parte tutti della stessa festa, senza scala
gerarchica né inchini rispettosi al loro passaggio. Invero, per arrivare al carnevale di
oggi, per conoscere la magia delle maschere in cartapesta e dei carri infiorati si è
dovuto aspettare il 1929, anno in cui risale la fondazione di un ente che si occupasse
dellorganizzazione della manifestazione carnascialesca. " Lui parla, con pause e ritmi come se recitasse, e
io minvento tra i ricordi il colore seppia e la pellicola carnevale di un tempo fa,
mentre i salti di una bobina stanca e immaginaria mi ricordano che è solo follia di ieri.
Una follia dolciastra che non sazia mai e mi ubriacherà domani, ne sono certa, come
succede da anni in questo paradiso o inferno di sottile oblio. "Adesso non vedi
niente. - mi dice indicando quei frammenti di arte e colla - Sono solo pezzi di un
qualcosa che avrà vita fra qualche giorno, quando il carnevale comincerà anche per voi e
scenderemo tutti in piazza a far baldoria, a cacciarci i coriandoli in bocca, a
strombettare tornando a essere bambini in questo spettacolo sano e forse un po
folle, ma che non supera i limiti della tranquillità cittadina. Resta ancora un attimo!
Adesso accenderemo il fuoco per la carne e berremo vino per scaldarci lanima. Questa
è la nostra cena da un bel po di tempo. Se vogliamo che anche questanno sia
carnevale ad Acireale, dobbiamo accontentarci di poco, ma siamo felici di poter regalare
alla gente e alla città momenti di oblio e spensieratezza, lasciando nella penombra le
abitudini e il lavoro che ci assorbono troppo. E tempo di divertirsi e di sorridere
un po. Viva il carnevale di Acireale.
Mi sembrano artigiani di anime, maestri di arte
essenziale e inafferrabile e perfetta e antica, rubata agli dei o ai demoni, intrigante
come un mistero che mai ci spiegheremo. Sono tornata. Seduta su questo muro dove la città
sembra venirmi addosso e poterla abbracciare, dove allorizzonte, in un punto
indefinito e percettibile a stento, la meraviglia superba e raffinata di questo posto è
eternità, su questo muro aspetto che sia carnevale. Sono tornata, perché lho
promesso a questamico di un momento, perché lho promesso a me stessa. E
arte. Arte
di mani affondate nel cartone inzuppato di colla, di mani che tessono fili e saldano
ferro, che cercano nel buio delle menti la musa seducente e accattivante di unidea
per il carro da inventare, da costruire pezzo dopo pezzo dopo pezzo, da forgiare e animare
sul palcoscenico mediocre di un capannone che nasconde i segreti più segreti di un
carnevale seduttore birichino e festoso di lunghe notti senza sogni. Ora che i sogni sembrano avverarsi in un grande
spettacolo di musiche e luci con un linguaggio tutto loro, senza parole e ombre
lunghissime proiettate sui balconi di pietra antica scura e bianca a seconda della natura.
A tratti sembrerebbe di essersi smarriti in una dimensione dove non esiste parete
immaginaria tra la fantasia e la realtà, qui che la realtà di monumenti e palazzi e
cariatidi dallodore forte, aspro e dolce assieme, del barocco che confonde e quasi
intimorisce con le sue linee sinuose e forti e marcate, diventa teatro della fantasia e la
fantasia, in un gioco di parole e di geometrie e di colori forti e vivi, diventa
proiezione della realtà più sottile e magica. Proiezione timidamente presuntuosa, eppur
delicata nel suo stile elegante di far ironia e prendere in giro bonariamente la realtà
politica, per esempio, con fantocci dal volto esagerato e sgangherato di Prodi o di Bossi.
Proiezione irraggiungibile e perfetta del mondo delle fiabe, dove tutti vorremmo andare ma
non lo ammettiamo, e lasciamo che sia il desiderio e il sogno assurdo dei piccoli, per
illuderci di essere cresciuti e diventati forti. Draghi dalle lingue di fuoco ansimanti di
prede da sbranare o sirenette e ninfe eleganti e perfette dalle ciglia lunghissime e
accattivanti.
E metafora di oblio e follia, questo
carnevale. E spettacolo dove ciascuno si improvvisa comparsa o attore principale con
il volto truccato e finti capelli dai colori più bizzarri. Spettacolo di gruppi in
maschera e fantocci enormi simili a un cartoon magico da vivere e non dimenticare, che per
una volta non resti lì solo a guardare dal vetro freddo della tv. Mi strattonano, senza
violenza né prepotenza, mi sbattono di qua e di là e in un attimo sono principessa o
clown tra stoffe e raso lucido dei mille e mille costumi, puntigliosamente riprodotti e
cuciti a mano per brevi istanti di farsa e allegria genuina concesse dagli ultimi giorni
dinverno. Gente e ancora gente, così tanta da stordirmi e sentirmi persa nel
niente, in uno stato di torpore a tratti piacevole e bizzarro. Maschere
in cartapesta contro maschere di pietra lavica, opere perfette di mano di scultore o
trucco di prestigiatore; giochi di luci che si rincorrono senza toccarsi mai perse
nellombra del giorno che muore lentamente, acconciature e volti truccati e colori e
portamento di baroni e principesse solo per una notte; lunghe distese di mani per
laria a cercare di acchiappare più allegria possibile, mentre mi sento lestofante
di felicità in questo posto che non mi appartiene. Carri infiorati, mi ha detto il mio
maestro, ma dove sono? Li cerco con lo sguardo perso nel vuoto, come
se da un momento allaltro debbano spuntare dal nulla trainati da unicorni o braccia
stanche di bambini verso di me. Ne scorgo uno, e da lontano mi sembra un corteo di madonne
o dee, un corteo di garofani, uno addosso allaltro perché ci sia posto per tutti,
perché ciascuno possa sfilare nel proprio abito rosa e bianco e giallo, danza di farfalle
insolite in questo vento frizzante e ignorato. Coriandoli dappertutto, tra i capelli,
sulle labbra e in fondo alla mente per poter bastare fino al prossimo carnevale. Chissà
chi li ha inventati, i coriandoli?
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