Quattro passi a Castel di Lucio

Il ricordo di quel viaggio resterà vivo nella mia mente chissà per quanto tempo ancora. Per il caldo insopportabile già alle otto di mattina che rendeva ancora più lunga e tortuosa la strada che porta a Castel di Lucio. Vicinissimo a vedersi ma non ad arrivarci.

Una interruzione stradale subito dopo Mistretta con la segnaletica del Comune di Castel di Lucio lasciava intuire che il paese fosse lì, quasi dietro l'angolo. Quanti angoli, però, c'erano da svoltare dovevamo ancora scoprirlo. Dovevamo... io e il mio compagno di viaggio, che nel frattempo mi istruiva sull'uso della macchina fotografica. Fra un'apertura di diaframma e l'altra, subito dopo una curva, poggiati su un colle dei Nebrodi, cominciavano ad apparire i primi fabbricati del paese: come un altorilievo sembravano sollevarsi dalla roccia e dalla vallata circostante. Sotto, i campi di grano sfumavano il loro colore giallo con la terra bruna prima e con il verde dei boschi che rivestono le pendici dei monti circostanti poi. Pennellate di un invisibile artista. La mano di quel maestro ci avrebbe accompagnato per tutto il nostro viaggio dipingendo col rosso dei gerani i balconi di viuzze che si aprono per immettersi subito dopo in altre vie, col giallo imbrunito della pietra antica le piccole casette dai portali in pietra, opera di scalpellini locali, con l'azzurro intenso del cielo la cordialità e la discrezione dei castelluccesi.

Il colore che immediatamente stavamo però desiderando era quello scuro di una freschissima coca cola. La scoperta di Castel di Lucio stava per iniziare. Uno scrigno pieno di tesori insospettati stava per essere aperto. Un abile tesoriere, innamorato di quelle gemme senza però esserne tanto geloso da celarle, ci faceva da guida. Il suo raccontare pacato e privo di incertezze dava forma alla storia e perfino alla vita di Castel di Lucio. Nell'appassionato racconto della nostra guida scorgevo un unico filo che legava secoli di storia e di quotidianità: il mistero. Non quello di fantasmi medievali; non quello di leggende antiche che parlano di fiere millenarie o di anelli d'oro custoditi nelle grotte nei boschi. Ma l'ignoto storico. Poche testimonianze scritte raccontano ciò che fu. Già nel Settecento un certo padre Salamone lamentava l'assoluta mancanza di documenti, di carte, di testimonianze scritte della storia castelluccese.

Castel di Lucio: leggenda o storia? Perfino il nome del paese è avvolto nel mistero. Il 1860 aveva segnato per i castelluccesi non solo il passaggio da una monarchia all'altra, ma anche la trasformazione da Castelluccio - nome con cui fino ad allora il paese era stato chiamato - all'attuale Castel di Lucio. Una leggenda sta alla base di questa trasformazione: fu un certo Lucio di Gangi a fondare il paese?

Mistero per il nome. Mistero anche per gli arabi che avrebbero preceduto i Normanni su queste montagne. La nostra guida raccontava di una torre araba esistente già prima dell'anno Mille, di sarcofagi rinvenuti nella "grotta del saraceno". Attorno a noi c'erano però solo case edificate su una roccia e dei sarcofagi ne porta testimonianza soltanto padre Luigi Salvo, il quale alla fine dell'Ottocento scriveva del loro ritrovamento.

Tanto mistero faceva crescere la mia voglia di percorrere le viuzze che salivano ai ruderi del castello normanno. Quelli sì che ci sono.

La prima tappa fu però la Chiesa Madre. Ci accolse padre Nino. M'aspettavo di trovare un anziano parroco, tremante e impegnato a confessare vecchiette. Mi trovavo di fronte, invece, un cinquantenne sacerdote intento a navigare per le vie celesti del suo personal computer e pronto a coinvolgerci in una visita guidata alla sua chiesa. O forse è meglio dire "chiese". Già, l'attuale edificio, infatti, non è altro che un secentesco accorpamento architettonico di ben tre chiese diverse: a destra la vecchia Chiesa Madre dedicata alla Natività della Madonna e la chiesa di Santa Maria dell'Idria, a sinistra la chiesa dei santi Luca e Biagio. Oggi quelle chiese formano le due navate laterali, mentre la strada che un tempo separava le tre costruzioni è adesso la navata centrale della Chiesa Madre. Stentavo a crederci ma due arcate e una nicchia sono eterni testimoni della storia. L'intera Matrice è un insieme di «corpi aggiunti in epoche diverse», sottolinea don Nino. Un bassorilievo in marmo del 1544 della scuola del Gagini, ancora del Cinquecento il Cristo alla colonna, del Settecento il coro ligneo. Diversi capolavori di Nicolò Campo testimoniano inoltre la maestria degli artigiani ebanisti locali del nostro tempo.

Un piccolo edificio col portale in pietra intagliata ospita una società agricola. Un tempo, a partire probabilmente dal XVI secolo, anche quella è stata una chiesa. Una cappella privata consacrata a San Giuseppe. Il contrasto di luce dentro-fuori lasciava vedere all'interno una Sacra Famiglia dipinta su tela. Annerita e consumata dal fumo delle sigarette sembrava guardare i passanti invitandoli a entrare.

Ci incamminiamo verso il castello. Strada facendo si parlava del miracolo di San Biagio, la processione e l'acqua prodigiosa. Era quasi mezzogiorno, quanto sarebbe stata prodigiosa un po' d'acqua adesso! Senza miracolo e quasi senza accorgercene eravamo giunti all'inizio dell'antico centro abitato, la cosiddetta "porta della terra", una piccolissima piazza dalla quale si dipartono tre piccolissime vie. Il castello era ormai vicino. Dietro le ultime case spuntava quasi nascosta quella che un tempo imperiosamente doveva essere una torre. Pochi ruderi ricordano la gloria di quando Balduino il Guiscardo, condottiero normanno al seguito del conte Ruggero d'Altavilla, ottenne la contea di Geraci di cui faceva già parte la signoria di Castelluzzo. Un panoroma inimmaginabile: sotto di noi il paese. Il letto del fiume Tusa, lasciando intuire un salto di diverse centinaia di metri, accompagnava il mio sguardo fino alla collina di fronte e, più in là, il mare.

Quel piccolo paese, con i suoi pochi abitanti, le sue incertezze storiche, il suo ricco patrimonio artistico quasi nascosto stava per stupirmi ancora. Una struttura moderna adiacente al castello richiamava la mia attenzione: un vecchio locale comune adibito a "monte frumentario", oggi rimodernato, aspira a diventare il "Teatro Nino Martoglio" di Castel di Lucio. Antico, moderno, natura, arte e cultura in una sola occhiata. Storia e leggende. Sacro e profano. Poli opposti che continuavano ad attirarsi e ad attirarmi. Cosa ci fa, per esempio, una chiesa dedicata al milanese S.Carlo Borromeo nel cuore dei Nebrodi? Un altro mistero che si trascina da secoli.

Storia e leggende. Sacro e profano. Arte. Sulla collina del Salvatore, a un paio di chilometri dal paese, la chiesetta del Salvatore, da sempre meta di pellegrinaggi dei castelluccesi, guarda attonita il "Labirinto di Arianna", una delle opere del grande museo all'aperto di Fiumara d'Arte.

La mia curiosità per quell'opera posta in aperta campagna su quella collina cresceva a mano a mano che ci avvicinavamo. Entrare nel labirinto e riuscirne. La grande porta d'ingresso. Porta naturale di ogni ingresso alla vita. Entrare in quell'enorme "seno materno" per riuscirne... come venire di nuovo alla luce; essere partorito a una nuova vita, rinascere in un mondo nuovo. Un piccolo paese ci aveva accolto quella calda mattina di giugno. Appoggiato su uno sperone dei Nebrodi, così come l'avevamo incontrato stavamo ora per lasciarlo. Meno di 20 chilometri di strada ci separavano dalle spiagge del Tirreno, da Castel di Tusa.

Castel di Lucio si allontanava lentamente fino a sparire dietro l'ennesima curva. La Fiumara era davanti a noi, il mare e un'altra storia da raccontare.

Emilio Barbera

Le manifestazioni

19 marzo Festa di S.Giuseppe
virgineddi, tavola imbandita con piatti tipici popolari

Pasqua
Solenne processione del Venerdì Santo

Maggio Sagra:
"a tabisca ca ricotta"

24 maggio
Fiera del bestiame

29 giugno Ottava del Corpus Domini
tradizionale festa con processione, altarini e preparazione di fave squadate

16 agosto Sagra
"du cascavaddu"

19-20 agosto Festa patronale
"a calata a cira; acchianata di S.Placido, processione e ballatedda"

4 ottobre
Fiera del bestiame

Fiumara d'Arte

E' un grande museo all'aperto di sculture monumentali create da artisti contemporanei. Le opere sono "disseminate" lungo il percorso del fiume Tusa, nel parco dei Nebrodi. Alcune di queste sculture ricadono proprio nel territorio di Castel di Lucio. Il Labirinto di Arianna di Italo Lanfredini è senz'altro l'opera di maggior richiamo. Interessanti anche i rivestimenti in ceramica della caserma dei carabinieri e il muro della ceramica realizzato da 40 artisti provenienti da tutta Europa lungo la strada che da Mistretta porta a Castel di Lucio. Gli artisti Tano Festa, Paolo Schiavocampo, Hidetoshi Nagasawa, Graziano Marini, Piero Dorazio, Pietro Consagra e Antonio di Palma sono gli autori che hanno realizzato tutte le altre opere lungo il percorso della fiumara.


Back to home...
Best viewed with Internet Explorer 3+.
Copyright (c) 1997 Oasi Editrice Srl - SiciliaEvents. All rights reserved.
Last update: Tuesday 25 July 2000