ARTE

Il castello incantato

Un singolare museo all'aria aperta conserva l'opera di uno scultore unico al mondo, in un fantastico paesaggio di volti di pietra

di A.von Frey

Questa è la storia di un prodigio. Minore, forse, ma pur sempre prodigio.
La storia comincia alla fine del secolo scorso, con una delle tante navi che salpavano per le americhe con il loro speranzoso e spesso tragico carico di emigranti. E la storia ci dice quanti furono a lasciare la Sicilia in quei tempi, spinti dalla disperazione, dalla fame, dalla speranza di far fortuna.C'era tra loro un manovale, Filippo Bentivegna di nome, saccense di nascita ed emigrante per necessità. Un uomo semplice, ricco di disperazione ma non di cultura, come tutti i suoi compagni di traversata pieno di aspettative.

Le cronache non ci dicono dei giorni di navigazione, dello sbarco, della vita e del lavoro che il nostro protagonista svolse nella terra delle grandi possibilità. Si sa che lavorò, e sicuramente fu un lavoro che Filippo Bentivegna svolse con le sue mani, perchè non aveva scuola, e non dovette certo essere un lavoro leggero. Ma lavoro fu, per qualche tempo, abbastanza da raggranellare un modesto gruzzolo, come vedremo. Mesi, anni, ma non molti.
Si sa poi che ci fu un diverbio, una lite a causa di una donna con un altro manovale, di origine spagnola, che si concluse con una bastonata sulla testa del povero Bentivegna. Ma una bastonata così violenta che l'uomo non fu più lo stesso, in qualche modo la sua mente era cambiata.
Fece così ritorno alla nativa Sciacca, per curarsi, perchè per lui l'america era finita. Ma quello che tornò era un Bentivegna diverso da quello che era partito. Un uomo mutato.

Con il denaro racimolato con il suo lavoro si comprò un piccolo podere, appena fuori Sciacca, (almeno in quei tempi, perchè oggi quel pezzo di terra è circondato dalle case della Sciacca più recente) e incominciò la sua nuova vita. Non si era mai interessato di alcuna forma d'arte, era analfabeta, eppure si mise a scolpire la pietra. O, meglio, le pietre di cui era ricco il suo terreno. E con un unico soggetto: la testa, la testa umana. Non una testa specifica, non una sola testa: tante, moltissime teste, di ogni forma e dimensione, della misura di ogni differente sasso, sfruttando la forma naturale di ogni pietra. Tante teste quante erano le pietre che affioravano tra l'erba rada. Provate a immaginare quest'uomo che cammina tra i pochi ulivi in declivio, il mare come sfondo e orizzonte, curvo in avanti a scrutare il terreno, il volto fisso in un'espressione lontana che muta nel momento in cui si rigira tra le mani un sasso, un frammento di roccia, e ne studia i contorni, la forma, in cui lui solo già vede la testa che ne ricaverà. Migliaia erano le pietre nel podere, migliaia furono le teste che Bentivegna scolpì.

Intanto i suoi concittadini avevano saputo della cosa, e una certa curiosità era nata intorno a quell'uomo schivo, che viveva isolato e solo, con quella sua ossessione di scolpire, scolpire, scolpire. Qualcuno, curioso, andò a trovarlo, finchè fu circondato dalla fama di personaggio bizzarro e da compatire. Fu, in definitiva, considerato pazzo. Fortunatamente, dato che non dava fastidio a nessuno, fu incasellato nella categoria dei pazzi innocui, e lasciato in pace. Una pace che forse lui cercava nella pietra, e che forse non trovò mai, perchè continuò ossessivamente a scolpire finchè visse. Quelli che lo frequentarono di più furono i ragazzi, curiosi per natura, con cui Bentivegna si soffermava anche a parlare, ma non per molto perchè, come diceva, "aveva da andare a scolpire...". Da loro pretendeva di essere chiamato "eccellenza", perchè nella sua mente il podere era diventato un castello, e lui il castellano.

Venne il giorno in cui le pietre finirono. Bentivegna tentò il legno, incominciò a scolpire il tronco dei suoi ulivi (e il legno d'ulivo è piuttosto duro da lavorare, quasi come la pietra), ma non lo soddisfacevano. Allora si mise a scavare nella terra alla ricerca di altre pietre. E ne trovò, e scavò grotte e cunicoli, scolpendo direttamente le pareti, nei punti in cui una pietra affiorava dal tufo. Scolpì finchè visse, scolpì migliaia e migliaia di teste, molte delle quali sono state nel tempo "raccolte" da visitatori che arrivarono sul posto quando ormai l'artefice non c'era più e prima che le autorità di Sciacca, rendendosi conto dell'unicità del "castello" del Bentivegna, intervenissero salvaguardando ciò che era rimasto (e sono comunque migliaia di sculture) rendendolo godibile meta turistica.

Qui finisce la storia del nostro particolare prodigio, i cui frutti possono essere visti da chiunque si trovi a Sciacca e decida di visitare quello che, rispettando l'idea del suo artefice e con felice intuizione, è stato ufficialmente battezzato IL CASTELLO INCANTATO, noto anche come "Fondazione Bentivegna". Un viaggio interessante e fantastico - incantato, appunto - tra migliaia di volti che ci fissano da ogni direzione, di ogni dimensione, di forme sempre diverse. Fino alle grotte, ai cunicoli scavati e scolpiti dall'instancabile castellano, fino alla vuota stanza che era la sua dimora con l'unica eccezione al suo prediletto strumento espressivo: una grande storia dipinta, in un personalissimo stile naif, che si snoda sulle pareti e ricorda il mondo fantastico e lontano dove l'intera avventura ha avuto inizio: l'america, con i suoi grattacieli che in alcuni momenti diventano imbandierate torri di castelli medievali, con il tratto di mare davanti alle costruzioni - Manhattan? - che è un grande pesce che ne contiene tanti altri.

Ho anche avuto l'occasione di sapere, parlando con chi era ragazzo al tempo in cui Bentivegna viveva - e lo frequentava - curioso e affascinato dal personaggio, che esistevano altri soggetti, molto più rari, che facevano parte della produzione scultorea: simboli sessuali maschili , che l'autore mostrava in segreto ai più intimi, richiudendo poi subito le scatole di legno in cui li custodiva. Pare siano andati perduti, ambiti trofei di alcuni "amatori". Rimangono comunque le teste, tutte quei volti di pietra che guardano lontano o nel nulla, anche se qualche volta pare che stiano guardando proprio te, dentro di te.

I volti, ecco. Si parla di teste, perchè di teste scolpite si tratta, ma forse sarebbe più corretto parlare di volti: perchè spesso da una sola pietra, una sola testa, Bentivegna ha ricavato anche due, tre, fino a quattro volti. Allora, se è vero che le teste erano la sua ossessione - troppo facile collegarle alla botta che aveva ricevuto - che dire delle innumerevoli facce, molto più numerose delle teste cui appartengono? Non credo che Bentivegna abbia mai sentito parlare di Giano bifronte, o del significato delle personalità multiple. Eppure è quello che ha tentato, a modo suo, di esprimere. Qualcosa di inquietante, qualcosa che ci apre uno spiraglio sul mondo inconoscibile di un uomo che ha tentato disperatamente di descrivere di raccontare agli altri quello che gli era accaduto, quelle che erano le sue ossessioni, le sue paure, i suoi desideri. La riprova che non si tratta soltanto di una ossessione espressa parossisticamente sta anche nello stile, che varia - sia pure in lieve misura - da un primitivismo come quello precolombiano alla sintesi estrema dell'espressionismo africano, con le puntate naives e tipicamente isolane delle teste del re e della regina, simili alle pitture dei carretti siciliani. Un mondo intero da scoprire. Benvenuti nel castello incantato.


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Last update:
24/6/1997