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Incomincia in sordina, anche se chi vive a
Sciacca ormai da settimane avverte l'atmosfera mutata. La gente piu allegra, le radio
locali trasmettono in continuazione le canzoni dell'anno passato, gli inni dei carri, si
parla di chi potrà vincere quest'anno, molti hanno trovato il tempo di andare a curiosare
nei capannoni dove i carri erano in preparazione.È il 6 gennaio, giovedi grasso.
Compaiono i carri, non sono ancora pronti, devono essere montati, bisogna assemblare i
vari pezzi, le parti diverse che sono state accuratamente realizzate separatamente,
perchè non esistono capannoni alti abbastanza per fare tutto in una sola volta. La gente
sciama intorno ai grandi pianali, le allegorie paiono nascere dal nulla, grandi autogru
sollevano i pezzi finali. In alto, oltre il secondo piano delle case vicine. È l'inizio, e non soltanto del carnevale e delle
sfilate che si susseguiranno senza sosta nei prossimi giorni. I bar sono affollati, la
gente è tutta per le strade, compaiono le prime maschere, ma sono ancora poche. Fino a
notte tarda il lavoro intorno alle gigantesche strutture di cartapesta continua. Tra il
rombo delle gru, il tamburellare regolare dei gruppi elettrogeni, gli ordini gridati e le
immagini surreali di una testa mastodontica o una gigantesca mano che ondeggiano mentre
salgono dondolando al di sopra dei lampioni. Fa freddo, eppure rimangono gruppi di
spettatori, che continuano a percorrere avanti e indietro la via, fermandosi a osservare
il progredire delle costruzioni.
E questo è, forse, uno dei momenti più
importanti per chi ha lavorato da mesi al carro. I pezzi separati sono stati fatti con
cura, e non ci sono problemi a montarli seguendo il progetto iniziale. Anche i motori,
rudimentali ma ingegnosissimi meccanismi che daranno alle figure del carro il movimento,
sono stati provati nei garages, nei magazzini dove si è lavorato, notte dopo notte. Ma il
momento della verità è il collaudo finale, con tutti i pezzi al loro posto, tutti i
meccanismi collegati. È la prima volta, anche per chi li ha progettati e realizzati, che
questi appassionati artigiani-artisti possono vedere il loro lavoro compiuto.
Dietro ogni carro ci sono mesi di
organizzazione, gruppi numerosissimi, che a volte uniscono più di un centinaio di
persone, da chi disegna il progetto generale, a chi realizza con la cartapesta i
mascheroni e le figure, a chi si occupa dei colori brillanti, a chi scrive la musica, le
parole dell'inno, il testo della recita. E ci sono tanti ragazzi, giovanissimi, che
formano il corpo di ballo, che provano per mesi i passi e i movimenti sotto l'occhio
attento dei coreografi. Nei magazzini, nei garages, dove si allestiscono i carri si lavora
ogni notte fino a tardi. E si tratta di gente che lo fa per passione, che spende di tasca
propria per realizzare il progetto, che ha un altro lavoro e si dedica al carnevale nelle
sere libere. Non esistono professionisti in questo campo, se si vogliono escludere i
numerosi ceramisti - Sciacca è una delle patrie siciliane della ceramica d'arte - che
comunque anch'essi offrono il loro lavoro e la loro parte di spesa per passione. Infatti,
se vi capitasse di andare, in novembre o dicembre, a visitare uno dei capannoni dove si
lavora a un carro, trovereste un'atmosfera laboriosa ma allegra. Non potreste rifiutare un
bicchiere di vino e, se la mezzanotte è passata da poco, verreste invitati alla cena cui
partecipano tutti, ogni notte finchè dura il lavoro - vale a dire fino a carnevale -
preparata dagli stessi artigiani o dalle loro mogli. Per questo i carri, tutti,
riceveranno un premio in danaro, che servirà a ripagare i gruppi delle spese - e si
tratta di cifre considerevoli - sostenute. Ma io credo, sono anzi certo, che tutto questo
impegno, tutto questo lavoro, scaturiscono da una passione con radici profonde e vere, che
vanno ben al di là della consistenza dei premi. Ho detto che sono certo, perchè ne ho
avuto conferma in questi giorni, proprio dalla gente che affolla le strade, che passa le
notti ad assistere all'assemblaggio finale.
Guardo le facce rivolte verso l'alto e mi
pare di provare, almeno in parte, la stessa emozione, lo stesso stupito senso di scoperta.
E mi sento prendere anch'io dal desiderio, dalla voglia di vederli muovere, passare tra le
case nelle vie.
Il giorno dopo è venerdì, e un sole senza
incertezze ha trasformato la distesa calma del mare in una lastra abbagliante che ti
costringe a socchiudere gli occhi. Al porto sono molti i pescherecci in banchina. Un altro
segno che il carnevale è cominciato. Le vie sono affollate di gente allegra ma non
chiassosa. Alcuni carri si stagliano imponenti e colorati contro il blu totale di questo
cielo, intorno ad altri si lavora ancora. Giornata spensierata, in cui si passeggia in
questa aria dolce e tiepida - chi ricorda che siamo ai primi di febbraio? - sentendo lo
spirito del carnevale che sta lievitando ovunque, che cresce e prende forma,
silenziosamente ma senza incertezze. Giornata di colori, anche. Dei colori splendidi del
mare e del verde e delle rocce e del cielo e delle facciate antiche delle case, e dei
colori vivi e inusuali dei mascheroni delle figure fantastiche dei carri. Anche tra la
gente sono sbocciati i colori nuovi dei costumi, dei cappelli, degli abiti. Ormai siamo
tutti immersi in quella condizione particolare che è anche, in parte, distacco dalla
realtà, in parte attesa, in parte eccitazione. E spensieratezza.
Vivere il carnevale. Non come assistere
semplicemente a uno spettacolo, o come osservare la folla, in maschera e no, che balla per
le strade. Nel carnevale di Sciacca ognuno diventa partecipante, attore.
Sabato tutto è pronto. I carri sono in
attesa di avviarsi alla sfilata, la gente li ha già visti tutti, per bene, e si sono
consolidate o formate le relative tifoserie, non si parla d'altro, nell'aria risuonano le
parole e le note dei diversi inni. Il momento viene, i carri si incolonnano, lenti e
torreggianti, verso il centro. Sono distanziati l'uno dall'altro per permettere ai gruppi
in costume che li precedono di esibirsi senza essere disturbati dalla musica diffusa dagli
amplificatori.
Una folla compatta, tanto da sembrare
dall'alto un tessuto omogeneo e compatto di teste, si apre senza soprassalti alla lenta
avanzata, e poi pare risucchiata nella scia dei carri. Non ballano solo i gruppi in
costume ma anche la gente. Ti può capitare, specie se sei uno spettatore un poco stupito
come ero io, di sentirti prendere per un braccio - ma senza violenza, senza prepotenza,
con un sorriso gentile - e trovarti a ballare, insieme a perfetti sconosciuti, una
tarantella.
Il battistrada perè non è uno dei grandi
carri allegorici ma uno più piccolo, una sorta di minicarro, con la maschera di Sciacca,
Peppi Nappa, a cavalcioni di una capace botte di vino. Il suo è l'inno più noto, perchè
non cambia mai. Tutti lo cantano. E ballano e bevono. Nella parte posteriore un
infaticabile cuoco arrostisce e passa alla folla pezzi della saporita salsiccia
aromatizzata che è tipica di queste zone.
I carri continuano la loro lenta
inarrestabile sfilata, e a poco a poco arrivi a conoscere tutte le musiche, a seguire la
folla che si accoda, a ballare, ad accettare un bicchiere di vino che ti viene offerto da
uno dei minicarri. Dimenticavo, i minicarri. Sono più piccoli, senz'altro più modesti
dal punto di vista architettonico e artistico, eppure rappresentano, forse in maggior
misura, la voglia popolare di carnevale.
E si arriva in piazza Scandaliato, l'ampia
terrazza a mare di Sciacca, da sempre il posto abituale della passeggiata e degli
incontri, oggi traboccante di gente e di rumori festosi, alta sopra il mare che già ha
assunto gli ultimi caldi colori del tramonto. Questo è il punto focale intorno al quale
si svolgeranno le rappresentazioni preparate da ogni carro, qui è dove, su un palco, una
giuria per quattro sere e quattro notti esaminerà con attenzione ogni minimo particolare
di carri e minicarri, fino a stilare la classifica che designerà i vincitori.
Da questo momento, comunque, fare
distinzioni di tempo e di giorni diventa assolutamente inutile. È vero, a una certa ora
(difficilmente prima delle quattro del mattino) tutti vanno a dormire, ma soltanto per una
necessità fisica, e perchè anche i carri e soprattutto i gruppi hanno bisogno di una
sosta. Il giorno dopo, fin dal primo pomeriggio, tutto ricomincia da capo e per la gente
è come continuare a vivere il primo giorno. Non c'è soluzione di continuità, è unico
lunghissimo giorno. O, meglio, una lunghissima notte.
Passa un
carro allegorico, s'incunea nelle vie strette e a volte supera in altezza una casa. Sulla
cima, un gigantesco Nettuno nuota nell'aria, sovrastando un verde mostro marino che
minaccia di inghiottire tutto e tutti, mentre da una grande conchiglia che si apre tra
raggi di luce e fumo esce una conturbante sirena. Davanti al carro balla un folto gruppo
di ragazzi, con costumi da conchiglia e in mano scettri sormontati da un pescespada. È
uno dei carri più grandi e più si sentono pronostici, sarà sicuramente tra i primi.
Quando passa, vedo sul retro un rosso diavolo seduto alle spalle del Nettuno flottante,
sopra una rete spezzata. Ecco perchè il titolo: Net... suno ci salverà. E poi
arriva un altro carro di quelli grandi, e mi pare altrettanto alto: un enorme cavaliere
che ha la faccia e l'elmo e la colorata raffigurazione di un classico pupo, su un
magnifico destriero bardato che si muove con una fluidità e una perfezione stupefacente,
preceduto a terra da una quarantina di ragazzini in costumi di iuta con vistosi rappezzi e
per cimiero scolapasta argentati: è L'armata Brancaleone, allegra e dall'inno
trascinante, allegoria a una raffazzonata gestione della cosa pubblica. Immediatamente si
sente che tra la gente sono molti i sostenitori di questo carro. Un altro candidato alla
vittoria?
Ogni tanto è il turno dei minicarri, sono
soltanto sei contro gli undici carri allegorici, hanno gruppi anche più numerosi e meno
irreggimentati in passi e figure di danza, non devono recitare un testo. Sono più
semplici, meno di effetto, e forse più naif. Ma hanno un grande seguito popolare,
rappresentano l'allegria spontanea. Ce ne sono carichi di contadini (Zoccu simini
arricogghi) o di vampiri (Matri chi scantu), di costumi esotici di confezione
casalinga (Paisi chi vai usanza che trovi), di tirolesi e sciacchitani (Tirituppiti
e lariulà).
Altissimo arriva Nel regno di Allah,
con i suoi torreggianti minareti e il pascià con la faccia del sindaco, spalanca una
bocca irta di denti impressionanti lo squalo di Mayday. La nostra coscienza, dal
barbuto aspetto di un re da cantastotie ci avverte che siamo sull'orlo del Giudizio
universale, mentre un picciotto armato di gigantesca lupara si aggira tra i danzatori
in costume siculo di Cavalleria arrusti...cani.
Un altro carro, testone sorridente,
ammiccante che sormonta una costruzione di occhiuti batteri giallastri, al di sopra di un
bel drago dai movimenti complessi pare ottenere il favore della folla: è Re
can...salamone, dedicato al problema delle fogne e dell'inquinamento nel corso d'acqua
vicino alla città. Il gruppo di danza è composto da delicate damine, bambole di pizzo
che seguono una collaudata coreografia.
In tutti i carri, comunque, è presente la
satira politica, e in particolare alla politica locale, anche se il faccione di un Prodi
bonaccione ma scemo compare in diverse versioni - ad esempio in Europa forever -,
oltre al volto rapace di un Bossi secessionista (L'Italia è una e una sarà). Non
manca la frecciata alla fecondazione artificiale (L'amore è). Anche la tradizione
di mare ci appare in A lu funnu di lu mari, con una barchetta precaria che
rappresenta il governo, e in particolare quello della città, e i fondali, dove si trovano
tutte le cose che i saccensi hanno buttato via, governo locale compreso.
E siamo
arrivati, senza quasi accorgercene, all'ultimo giorno, martedì grasso. I carri, grandi e
piccoli, hanno continuato a sfilare nelle vie, tutti i gruppi hanno effettuato la loro
recita sul palco, la folla, se possibile, è aumentata (si parla di centocinquantamila
persone). Ora la giuria dovrà stilare, in segreto, la classifica, mentre dopo la
mezzanotte, secondo la tradizione, Peppi Nappa verrà bruciato in piazza. Come avviene da
novantasette anni. Tanti sono stati i carnevali fino a oggi.
"Curriti picciotti, chi Peppi
arrivau / la nnappa purtau 'nta chista città"... i versi del ritornello ormai mi
sono entrati in testa, le fiamme lambiscono la figura allegra e rubizza del pupo, la gente
balla davanti al rogo, volano nell'aria quei martelletti sonori che sono stati usati per
colpire (devo dirlo, sempre con delicatezza) le teste della gente. Bruceranno anch'essi, a
dimostrazione definitiva che il carnevale è passato. Una breve considerazione personale.
Ho assistito a diversi carnevali, da quello sofisticato di Venezia a quello professionale
di Viareggio, alla tempesta di arance e violenza di Ivrea. Eppure mai mi è capitato di
trovarmi in mezzo a una folla così fitta e non percepire neppure il più piccolo segno di
violenza, di cattiveria. Anche la rituale martellatina sonora è soltanto un tocco, mai un
colpo, una sorta di saluto scherzoso. E mai, tranne che a Rio - ma si tratta di una
realtà completamente diversa e tutt'altro che scevra di violenza - ho visto una tale
spontanea partecipazione nella gente. Ha contagiato anche me, che pur qui sono un
forestiero. Non riesco ancora a rendermi conto che siano passati tutti questi giorni.
Eppure le fiamme che hanno consumato Peppi Nappa con la sua botte si stanno spegnendo. Non
ho voglia di andare a dormire, cammino per le strade che pian piano si stanno svuotando.
Trovo un bar - sono ancora aperti - dove fanno cornetti caldi. La gente parla dei carri,
le preferenze dei più vanno a Re can...salamone e Net... suno ci salverà.
In effetti, erano i carri più belli.
Piazza Scandaliato all'alba mi fa uno
strano effetto, mi pare troppo vuota, quasi desolata senza la folla che l'ha riempita per
tutti questi giorni. Il sole spunta dal mare, sarà un'altra bella giornata. |