SCILLATO Anno III - N. 1

Ad un tratto, percorrendo l'autostrada che da Catania porta a Palermo, uno svincolo dirige il mio sguardo verso un piccolo raggruppamento di case sovrastato da un'altissima montagna con le cime ancora imbiancate dalle recenti nevicate. Non è un caso, perché la lunga striscia d'asfalto grigio, dopo altissimi viadotti e ampi curvoni, si fa largo quasi a spallate tra le montagne, aprendo l'incantevole sipario delle Madonie.

La suggestione di quella montagna, che a guardarla fa temere per il paese ai suoi piedi, è un motivo in più per abbandonare la monotonia dell'autostrada e dirigermi a Scillato, il paesino di fronte. È tutto lì, nel breve spazio di uno sguardo, con le sue vie a metà tra le strade urbane e quelle di campagna, ora lastricate ed elegantemente arredate da solide panche in legno, ora circondate da vecchie case contadine, giardini d'arance, alberi e cespugli.

Una strada stretta in particolare, l'antica via regia ora ridotta in via tal dei tali, si insinua tra vecchie case e antichi mulini ad acqua abbandonati che solo in pochi particolari rivelano la loro natura: qualche macina seminascosta dall'erba o i resti di una gora che canalizzava l'acqua dei due torrenti che ancora, timidamente, attraversano Scillato.

La storia passata di Scillato è legata all'acqua che copiosa sboccava dalle sorgenti del Monte Fanusi. Dalle sorgenti i torrenti e da essi i mulini e da questi la necessità di dimora dei contadini che a turno macinavano il loro grano. I mulini. Alcuni lungo le rive del torrente Agnello, altri, i più antichi, lungo quelle del torrente Gulfone. Sono stati i protagonisti di mille anni di vita, di mille discussioni sulla resa del grano, di mille speranze e di mille sofferenze. Una storia legata anche agli uomini, che hanno vincolato i loro nomi a quelli dei mulini: da za' Ciccia do' cafè, do' mastru Santu, Lo Forte, Asiniddaru, do' parrinu, Santu Ippolitu, a Lavanca, Calantoni, Paraturi, Rasu, Cipudda, Famunia Supranu, Famunia Suttanu. Ognuno ha una sua storia da raccontare, celata dietro i ruderi o dietro le mura delle abitazioni che in alcuni casi hanno preso il posto dei mulini. La storia futura (come se la storia potesse essere anche futura!) probabilmente vedrà protagonisti ancora i mulini, non più con le loro macine in movimento, ma con la loro memoria di un mondo che ormai non esiste più.

Giusy Debole

I mulini

Dei mulini di Scillato rimangono oggi solo poche testimonianze; alcuni sono stati completamente sostituiti da abitazioni private, altri completamente abbandonati sono ridotti a veri e propri ruderi, altri ancora, in discrete condizioni, hanno perso il loro uso originario per essere trasformati in garage e depositi. Negli ultimi anni, è andato crescendo l'interesse degli scillatesi verso i mulini, tanto da cominciare delle opere di recupero non solo degli edifici ma anche delle aree circostanti.

Uno dei mulini meglio conservati è l'Asiniddaru (asiniddaru era inteso l'ultimo proprietario del mulino perché era originario di Isnello), al quale si accede dalla piazza principale di Scillato. Sono ancora in buono stato non solo i locali ma anche alcuni elementi come la "botte", il "casso", la "canalizzazione", la "mola", il "frascino" e il meccanismo di legno che serviva a sollevare la mola.

Ancora in buono stato è il mulino Paraturi (prende il nome dall'attività di follare i tessuti che veniva svolta nel mulino). Questo è posto sull'antica Regia Trazzera Fichera, oggi piazza Cesare Terranova. L'edificio è ancora in buone condizioni, anche se una parte di esso è adibito a garage e la restante parte completamente inutilizzata. Questo mulino, che è rimasto attivo fino al XIX secolo, è l'unico ad essere stato concepito al solo scopo di preparare le stoffe.

Ancora visibile, vicino la Chiesa Madre, è anche il mulino Rasu (dal nome dell'ultimo proprietario). È stato l'ultimo mulino di Scillato a cessare l'attività di molitura, avvenuta negli anni Sessanta. Di esso rimangono, oltre ai locali, la canalizzazione con la botte, la chianca, la ruota in ferro, la mola e il frascino.

Un cenno a parte meritano i due mulini più antichi di Scillato: il Famunia Suttanu e il Famunia Supranu. Il primo è il più grande dei mulini posti lungo il torrente Gulfone. Di esso si ha notizia già in un documento del 1196. È conosciuto anche come mulinu a cruci, per la presenza su un muro interno di un bassorilievo raffigurante una croce con la scritta "Alberum (INRI) Salutiferum". Oggi il mulino, in completo stato di degrado, è quasi del tutto sommerso da una folta vegetazione.

Il Famunia Supranu, invece, anch'esso citato in documenti del XII secolo, adesso posto quasi sotto l'autostrada Palermo-Catania, è il solo mulino di Scillato a presentare adiacente il mulino l'abitazione del mugnaio.

G.D.

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