| l cielo minacciava pioggia. Quel paradiso terrestre che il frate
stava attraversando con il suo asino adesso si era completamente oscurato. Qualcuno gli
aveva parlato di un villaggio proprio da quelle parti e forse era giunto il momento di
cercarlo. Non che gli facesse paura un po' d'acqua, era la bisaccia del suo asino che lo
preoccupava, in essa c'era un vero e proprio tesoro, la reliquia di una santa giunta fin
lì da terre lontane. Santa Febronia.
Mentre i tuoni
rimbombavano su tutta la pianura e i fulmini rischiaravano il cielo cupo, l'asino del
frate cominciò inspiegabilmente a dirigersi verso un'altura, seguendo un camminamento
naturale sempre più ripido, a picco su un precipizio. La paura adesso cresceva passo dopo
passo, e forse fu più questa che la fede a indurlo a rivolgersi alla Santa. Non gli parve
di credere ai suoi occhi, se li strofinò più volte e si pizzicò pure il viso: non
sognava, non era la stanchezza, quei fuochi in lontananza c'erano davvero. Ancora poche
centinaia di metri, un affanno ancora, e quei bagliori oltre alla speranza di un riparo
accesero anche la fede del frate, certo che fosse stata la Santa a fargli trovare la
strada. Tante piccole grotticelle, alcune, a dire il vero più grandi e confortevoli,
scavate chissà quanti secoli prima per custodire i morti, ospitavano ora un popolo che su
quella rupe aveva trovato dimora. Pochi uomini accolsero il monaco offrendogli un
giaciglio dove passare la notte al riparo.
Il mattino dopo la
natura aveva placato la sua ira, il cielo era quasi sgombro di nubi e il frate, caricato
l'asino delle bisacce, riprese nuovamente il suo cammino. Aveva percorso solo qualche
centinaio di metri quando un tuono interruppe il cinguettio degli uccelli, il cielo
ritornò cupo e il temporale riesplose ancora più violento del giorno prima. Era un
segno, o almeno così lo colse il frate, la Santa voleva restare lì. E da lì il monaco
non si mosse più: su quell'alta rupe scavò un eremo che divenne meta di pellegrinaggio
per migliaia di fedeli che per secoli hanno continuato a venerare la Santa.
Non so se sia
stata veramente la fede a indurlo a restare. Forse l'immensità e la grandiosità della
pianura (oggi lussureggiante di agrumeti) contenuta tra le falde dell'Etna, il mare e un
orizzonte di lontanissime vette innevate hanno avuto un ruolo non secondario nella
decisione del frate.
L'eremo che
ospitò decine di monaci, oggi è solamente una grotta al cui interno, e sulle cui pareti,
le testimonianze del passato affiorano senza timore. Senza timore, come il mare sterminato
delle sempre verdi chiome degli aranci che mosse dal vento vivacizzano la monotonia della
Piana di Catania.
Un ponte in
cemento a tre arcate segna il passaggio da un mondo all'altro: la collina, con il suo
singhiozzio di sassi e ulivi si interrompe, i miei occhi, adesso, seguono solo le
indicazioni dell'olfatto, i miei sensi si confondono tra il verde dei giardini, l'arancio
delle arance e il forte odore dei tarocchi di Sicilia. Sono arrivato a Palagonia, terra
del tarocco.
Il lungo
rettilineo che introduce al paese, dritto al cuore di Palagonia, è costeggiato da enormi
magazzini da cui entrano camion di cassette rosse ed escono Tir che, scoprirò dopo,
portano quintali e quintali di arance "o continenti", nel continente,
inteso oggi nella sua accezione più ampia di Europa.
I giardini
penetrano fin dentro Palagonia, le abitazioni di periferia si confondo in essi per
riapparire a mano a mano che il paese stesso si arrampica su Poggio Croce. Il tarocco è
ovunque, nell'aria profumata di zagara, nei manifesti sui muri, sugli aranci ornamentali
ai bordi delle vie cittadine, sulle tavole imbandite a mezzogiorno e nelle tasche dei
palagonesi, visto che qui l'economia regge quasi esclusivamente sulla produzione degli
agrumi.
Ovunque io diriga
il mio sguardo vedo solo ettari di Piana ricoperte di verde, chilometri quadrati di fitti
giardini di arance rosse di Sicilia; dall'alto è un mare continuo e sterminato, dal basso
è un esplosione di colore e di profumo. Dentro, nel giardino, la natura regala il suo
frutto, dolce, rosso e polposo. Non ero mai entrato prima d'ora in un giardino di agrumi e
subito rimango stordito dal profumo di tutte quelle chiome verdi che da un albero
all'altro si allargano fino quasi a toccarsi. Sul verde delle foglie si staglia l'arancio
del frutto: grappoli di arance rosse che risplendono alle carezze del sole timido di
gennaio. E' un miracolo che un ramo così esile riesca a tenerne così tante!
Una stradina senza
asfalto corre lungo tutto il giardino, diventa sempre più stretta fino a scomparire tra
gli alberi, e non è lei che finisce ma la mia vista che ha oramai raggiunto l'orizzonte.
Avrei voluto essere lì, quando al mattino presto la ciurma, dietro le indicazioni di un
caporale, si organizza per la raccolta. Gli uomini, scartando già a vista il frutto non
maturo, con cura staccano dall'albero le arance per affidarle all'abilità di un
tagliapiedi, che sapientemente ne recide il peduncolo. Così procedono per l'intera
giornata, fermandosi per due sole pause. Il pranzo è veloce, un'insalata di arance
condite con olio di oliva, aglio, sale e peperoncino rosso, grosse fette di pane
casereccio e abbondanti sorsi di vino rosso. E' la mia fantasia, o forse il desiderio di
lasciarmi coinvolgere nei sapori della mia terra.
I colori e i
sapori delle arance, trasportati su poco romantici camion (penso a lunghe teorie di muli
che lentamente e faticosamente portano grandi ceste ricolme di arance), vengono trasferiti
in enormi magazzini dove la natura subisce le esigenze dell'uomo. Ancora una volta sono
alla mia prima esperienza: quello che immaginavo soltanto come un "contenitore"
di centinaia di cassette di arance è in realtà il luogo dove decine di persone lavorano
per consegnare ai mercati nazionali ed internazionali il rosso frutto di Palagonia. E'
quasi una sfida di velocità tra le macchine che "meccanicamente" segnano i loro
tempi di produzione, e gli uomini che sapientemente ottimizzano quei tempi.
Dentro il
magazzino si conclude quel lavoro cominciato il mattino presto nei giardini. Prima lo
shampoo. Tutte quelle arance tremule nell'acqua fanno quasi sorridere, sono come bambini
in attesa di essere lavati. Proprio come per i bambini, dopo lo shampoo arriva la colonia:
per le arance è una cera che dà loro brillantezza. Dopo l'asciugatura e la selezione
meccanica delle diverse pezzature, l'arancia ritorna nelle esperte mani dell'uomo. La
placida operosità dei raccoglitori è adesso in contrasto con la velocità con cui uomini
e donne sostengono i ritmi imposti dalle macchine. Io mi perdo in un turbinio di sequenze:
lavaggio, ceratura, asciugatura, pezzatura... Loro, invece, apparentemente senza fatica,
sfidano le macchine e trovano anche il tempo di sorridere delle battute che l'un l'altro
si scambiano.
Finalmente la
confezione e poi (mi lascio prendere da una strana gelosia) tutti quei piccoli rossi e
lucenti soli vengono trasferiti in enormi e freddi Tir, gli stessi che avevo incontrato a
decine lungo la strada in arrivo e in partenza dal paese. Quanto la natura sia benigna con
l'uomo da queste parti si vede, si tocca e si assapora. Non è questo che mi sorprende ma
l'operosità di tanta gente che, nel corso di una giornata, dai giardini della Piana porta
il sole di questa terra nei mercati di mezza Europa. Adesso è quasi sera, attraverso
nuovamente il ponte a tre arcate, oltre ai ricordi mi resta soltanto il profumo forte
delle arance rosse di Palagonia.
Elio
Barreca |