PALAGONIA Anno III - N. 1

l cielo minacciava pioggia. Quel paradiso terrestre che il frate stava attraversando con il suo asino adesso si era completamente oscurato. Qualcuno gli aveva parlato di un villaggio proprio da quelle parti e forse era giunto il momento di cercarlo. Non che gli facesse paura un po' d'acqua, era la bisaccia del suo asino che lo preoccupava, in essa c'era un vero e proprio tesoro, la reliquia di una santa giunta fin lì da terre lontane. Santa Febronia.

Mentre i tuoni rimbombavano su tutta la pianura e i fulmini rischiaravano il cielo cupo, l'asino del frate cominciò inspiegabilmente a dirigersi verso un'altura, seguendo un camminamento naturale sempre più ripido, a picco su un precipizio. La paura adesso cresceva passo dopo passo, e forse fu più questa che la fede a indurlo a rivolgersi alla Santa. Non gli parve di credere ai suoi occhi, se li strofinò più volte e si pizzicò pure il viso: non sognava, non era la stanchezza, quei fuochi in lontananza c'erano davvero. Ancora poche centinaia di metri, un affanno ancora, e quei bagliori oltre alla speranza di un riparo accesero anche la fede del frate, certo che fosse stata la Santa a fargli trovare la strada. Tante piccole grotticelle, alcune, a dire il vero più grandi e confortevoli, scavate chissà quanti secoli prima per custodire i morti, ospitavano ora un popolo che su quella rupe aveva trovato dimora. Pochi uomini accolsero il monaco offrendogli un giaciglio dove passare la notte al riparo.

Il mattino dopo la natura aveva placato la sua ira, il cielo era quasi sgombro di nubi e il frate, caricato l'asino delle bisacce, riprese nuovamente il suo cammino. Aveva percorso solo qualche centinaio di metri quando un tuono interruppe il cinguettio degli uccelli, il cielo ritornò cupo e il temporale riesplose ancora più violento del giorno prima. Era un segno, o almeno così lo colse il frate, la Santa voleva restare lì. E da lì il monaco non si mosse più: su quell'alta rupe scavò un eremo che divenne meta di pellegrinaggio per migliaia di fedeli che per secoli hanno continuato a venerare la Santa.

Non so se sia stata veramente la fede a indurlo a restare. Forse l'immensità e la grandiosità della pianura (oggi lussureggiante di agrumeti) contenuta tra le falde dell'Etna, il mare e un orizzonte di lontanissime vette innevate hanno avuto un ruolo non secondario nella decisione del frate.

L'eremo che ospitò decine di monaci, oggi è solamente una grotta al cui interno, e sulle cui pareti, le testimonianze del passato affiorano senza timore. Senza timore, come il mare sterminato delle sempre verdi chiome degli aranci che mosse dal vento vivacizzano la monotonia della Piana di Catania.

Un ponte in cemento a tre arcate segna il passaggio da un mondo all'altro: la collina, con il suo singhiozzio di sassi e ulivi si interrompe, i miei occhi, adesso, seguono solo le indicazioni dell'olfatto, i miei sensi si confondono tra il verde dei giardini, l'arancio delle arance e il forte odore dei tarocchi di Sicilia. Sono arrivato a Palagonia, terra del tarocco.

Il lungo rettilineo che introduce al paese, dritto al cuore di Palagonia, è costeggiato da enormi magazzini da cui entrano camion di cassette rosse ed escono Tir che, scoprirò dopo, portano quintali e quintali di arance "o continenti", nel continente, inteso oggi nella sua accezione più ampia di Europa.

I giardini penetrano fin dentro Palagonia, le abitazioni di periferia si confondo in essi per riapparire a mano a mano che il paese stesso si arrampica su Poggio Croce. Il tarocco è ovunque, nell'aria profumata di zagara, nei manifesti sui muri, sugli aranci ornamentali ai bordi delle vie cittadine, sulle tavole imbandite a mezzogiorno e nelle tasche dei palagonesi, visto che qui l'economia regge quasi esclusivamente sulla produzione degli agrumi.

Ovunque io diriga il mio sguardo vedo solo ettari di Piana ricoperte di verde, chilometri quadrati di fitti giardini di arance rosse di Sicilia; dall'alto è un mare continuo e sterminato, dal basso è un esplosione di colore e di profumo. Dentro, nel giardino, la natura regala il suo frutto, dolce, rosso e polposo. Non ero mai entrato prima d'ora in un giardino di agrumi e subito rimango stordito dal profumo di tutte quelle chiome verdi che da un albero all'altro si allargano fino quasi a toccarsi. Sul verde delle foglie si staglia l'arancio del frutto: grappoli di arance rosse che risplendono alle carezze del sole timido di gennaio. E' un miracolo che un ramo così esile riesca a tenerne così tante!

Una stradina senza asfalto corre lungo tutto il giardino, diventa sempre più stretta fino a scomparire tra gli alberi, e non è lei che finisce ma la mia vista che ha oramai raggiunto l'orizzonte. Avrei voluto essere lì, quando al mattino presto la ciurma, dietro le indicazioni di un caporale, si organizza per la raccolta. Gli uomini, scartando già a vista il frutto non maturo, con cura staccano dall'albero le arance per affidarle all'abilità di un tagliapiedi, che sapientemente ne recide il peduncolo. Così procedono per l'intera giornata, fermandosi per due sole pause. Il pranzo è veloce, un'insalata di arance condite con olio di oliva, aglio, sale e peperoncino rosso, grosse fette di pane casereccio e abbondanti sorsi di vino rosso. E' la mia fantasia, o forse il desiderio di lasciarmi coinvolgere nei sapori della mia terra.

I colori e i sapori delle arance, trasportati su poco romantici camion (penso a lunghe teorie di muli che lentamente e faticosamente portano grandi ceste ricolme di arance), vengono trasferiti in enormi magazzini dove la natura subisce le esigenze dell'uomo. Ancora una volta sono alla mia prima esperienza: quello che immaginavo soltanto come un "contenitore" di centinaia di cassette di arance è in realtà il luogo dove decine di persone lavorano per consegnare ai mercati nazionali ed internazionali il rosso frutto di Palagonia. E' quasi una sfida di velocità tra le macchine che "meccanicamente" segnano i loro tempi di produzione, e gli uomini che sapientemente ottimizzano quei tempi.

Dentro il magazzino si conclude quel lavoro cominciato il mattino presto nei giardini. Prima lo shampoo. Tutte quelle arance tremule nell'acqua fanno quasi sorridere, sono come bambini in attesa di essere lavati. Proprio come per i bambini, dopo lo shampoo arriva la colonia: per le arance è una cera che dà loro brillantezza. Dopo l'asciugatura e la selezione meccanica delle diverse pezzature, l'arancia ritorna nelle esperte mani dell'uomo. La placida operosità dei raccoglitori è adesso in contrasto con la velocità con cui uomini e donne sostengono i ritmi imposti dalle macchine. Io mi perdo in un turbinio di sequenze: lavaggio, ceratura, asciugatura, pezzatura... Loro, invece, apparentemente senza fatica, sfidano le macchine e trovano anche il tempo di sorridere delle battute che l'un l'altro si scambiano.

Finalmente la confezione e poi (mi lascio prendere da una strana gelosia) tutti quei piccoli rossi e lucenti soli vengono trasferiti in enormi e freddi Tir, gli stessi che avevo incontrato a decine lungo la strada in arrivo e in partenza dal paese. Quanto la natura sia benigna con l'uomo da queste parti si vede, si tocca e si assapora. Non è questo che mi sorprende ma l'operosità di tanta gente che, nel corso di una giornata, dai giardini della Piana porta il sole di questa terra nei mercati di mezza Europa. Adesso è quasi sera, attraverso nuovamente il ponte a tre arcate, oltre ai ricordi mi resta soltanto il profumo forte delle arance rosse di Palagonia.

Elio Barreca

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