Si potrebbe
dibattere all'infinito sulla bellezza senza mai venirne a capo. Oggettività e
soggettività, il bello perché bello o perché piace. A volte il dubbio rimane. Mai
dubbio, però, rimane quando la bellezza ha il nome Sicilia. Un lembo di questo angolo di
paradiso mi piace più di ogni altro: l'entroterra. Catene montuose si alternano a
lussureggianti vallate, canyon molto simili a quelli visti in mille film western americani
e, dalla cime dei monti, il mare si vede da lontano, da molto lontano. Tutto quanto
dipinto con i colori cangianti delle stagioni.
C'è una strada
nel centro della Sicilia, una strada provinciale che, appena fuori Regalbuto, procedendo
in direzione di Catenanuova, comincia ad arrampicarsi in cima ai monti costeggiando
altissimi valloni. È la strada che porta a Centuripe, un piccolo centro della provincia
di Enna posto a poco più di settecento metri sul livello del mare proprio in cima a cento
rupi. Più mi addentro e più la mole dell'Etna diventa imponente su tutta la vallata: il
bianco cono innevato del vulcano si staglia nel limpido cielo della Sicilia. Ai suoi piedi
l'uomo, con le sue minuscole abitazioni, con i suoi tentativi di domare la natura
arginandone i corsi d'acqua o coltivandone in modo razionale i frutti. Intanto Centuripe
mi viene incontro, quasi gelosa dello spettacolo che l'Etna regala mi svela e mi nasconde
il suo tesoro: una storia lunga millenni.
Oggi Centuripe si
snoda nelle sue strette vie, attraversate da automobili che lente si incanalano l'una
dietro l'altra, certamente ignare che sotto quell'asfalto i "resti" di un popolo
greco o romano aspettano di ritornare alla luce del sole per confrontare con esso tutto il
loro splendore. "Resti"! I veri resti forse siamo noi; noi rimanenze
impertinenti di antiche civiltà con un grandissimo senso del bello, tanto grande da
consumarlo perfino nei piccoli utensili della vita quotidiana. Me ne convinco ogni volta
che guardo anche un solo coccio con un po' di pittura quasi del tutto sbiadita in un museo
archeologico.
Anche Centuripe ha
il suo museo e i suoi "tesori" creati da ignote mani artigiane di oltre venti
secoli fa. Un'arte che in tutti questi anni, pur continuando ad appartenere a uomini
lontani dagli allori, non è mai andata perduta: chissà, forse perché tramandata da
padre in figlio, per sempre. Probabilmente appartiene al patrimonio genetico dei
centuripini l'arte di manipolare l'argilla. Non riesco a spiegare in altro modo l'abilità
di molti artigiani di oggi nel ricreare tali e quali, quasi con le stesse identiche
tecniche dei loro avi, vasellame e terrecotte di tipo archeologico: due mani plasmano
saggiamente l'argilla all'interno di un calco, morbidamente la maneggiano. Una massa
informe comincia ad assumere forma, si attacca al gesso, diventa un tutt'uno con esso e ne
ruba la forma.
Un calco sopra
l'altro, argilla che sposa altra argilla fino al risultato finale. La destrezza atavica di
altre mani smonta ogni calco, separa il gesso dall'argilla fino a rivelare a poco a poco
il frutto di sì abile lavoro: un vaso. Poi, il forno dà calore all'argilla, e ancora
altre mani danno il colore dipingendola con antiche scene di caccia. Un ultimo tocco
ancora, una spruzzata di altra terra, una mano ancora fa diventare antico ciò che ha solo
pochi attimi di vita. Proprio qui davanti a me.
Non conoscevo
quest'arte né Centuripe. Immaginavo la prima solo come uno dei tanti argomenti di storia
dell'arte e la seconda come un dimenticato paese, lontano dal mondo, arroccato su una
rupe, anzi su cento rupi. Né l'uno né l'altro. Un artigianato fiorente è quell'arte a
Centuripe, città di artigiani, oggi come ieri, un esempio di creatività e
imprenditorialità in questo angolo di terra ricca di risorse e contraddizioni. Una
piccola area artigianale è stata creata a due passi dal paese, subito dopo una vasta zona
depredata dai tombaroli. Costruzioni moderne si incastonano nelle pendici di Centuripe
senza alterarne la bellezza, in un gioco di specchi e plexiglas; pareti e tubi metallici
si alternano quasi affacciandosi su una terrazza naturale che guarda il vulcano. Una,
due... cento porte. Dietro ognuna di esse il lavoro di decine di artigiani. Ogni porta che
si apre svela al mondo un altro mondo, fatto di mani intente a creare, a riparare e
modellare. Ogni porta ha i suoi suoni e i suoi odori. Ora la musica fischiata da una
giovane donna mentre con pazienza fa rivivere su un vaso i miti dell'antica Grecia; e poco
più in là l'odore dell'argilla che cuoce nel forno. Ancora un altra porta, appena
socchiusa, rivela il suono delle macchine da cucire attraverso le quali una quarantina di
ragazze creano l'abbigliamento che chissà quante volte ho visto e vedrò dietro lussuose
vetrine di città. Altra porta altro suono, altra gente che lavora. Suoni, rumori e odori
di officine, di opifici che nemmeno la più fervida immaginazione poteva immaginare qui e
così attivi. Quale immaginazione avrebbe potuto portare la freschezza dei salmoni
norvegesi al centro della Sicilia? Nessuna immaginazione, solo la voglia di produrre e
affumicare un pesce gradito al palato più fine. È questo un evento. Diverso da ogni
manifestazione culturale, diverso da ogni attrattiva turistica, diverso da tutti gli
spettacolari fenomeni naturali che ogni anno richiamano migliaia di migliaia di turisti in
tutta l'isola. È questo un evento, forse normale per alcuni, ma certamente speciale in
questo cuore di Sicilia dove sole, arte, cultura e tradizioni hanno finalmente trovato un
partner nello sviluppo economico. Questa è Centuripe. Anche questa è la Sicilia.
Emilio
Barbera

L'artigianato di ieri.
Centuripe
è universalmente nota nella letteratura archeologica per due prodotti dell'artigianato
artistico di epoca ellenistica: statuette di terracotta e vasi policromi centuripini si
trovano in musei sparsi per tre o quattro continenti, grazie anche a scavi e commercio
clandestini. La tipica produzione di vasi, databile tra il III e il II secolo a.C., è
caratterizzata dalla decorazione a rilievo e dalla pittura figurata a colori con soggetti
che riportano all'ambiente del culto dionisiaco. La pittura è realizzata a tempera, dopo
la cottura del vaso, ed è quindi molto delicata. La decorazione figurata è eseguita con
tecnica pittorica, con l'uso dello sfumato e del tratteggio per rendere il chiaroscuro,
con tocchi di colore più denso o in contrasto rendere i dettagli interni.
I soggetti appartengono
prevalentemente al mondo femminile: spesso si trovano tre figure di donne, due laterali
che assistono quella di mezzo porgendole oggetti da toilette, ornandola, incoronandola; è
facile intuire che si tratta della preparazione della sposa. In molte scene appare questa
figura femminile, evidenziata per le dimensioni e per la posizione centrale,
contraddistinta dal velo o dalla corona nuziale, protetta dall'ombrello, seduta sulla
Kline, in atto di sacrificare la cintura sull'altare di Afrodite: si tratta di vari
momenti della cerimonia nuziale. Le figure maschili non hanno mai un ruolo principale,
fanno eccezione i casi in cui è riconoscibile la figura di Dionisio: qui il centro della
composizione e dell'attenzione è la figura del dio. Si tratta di oggetti che avevano una
destinazione funeraria, erano destinati ai corredi delle tombe di una minoranza che aveva
un proprio particolare rito, gli iniziati di una setta misterica. Anche in altri tipici
prodotti dell'artigianato artistico centuripino è possibile cogliere interessanti
connessioni con l'ambiente dionisiaco. Le officine di Centuripe ebbero una grande
importanza per la coroplastica ellenistica. Tra il III e il II secolo a.C. sono state
prodote numerose statuette di terracotta dai soggetti più vari: della realtà quotidiana,
divinità, personificazioni ecc. Le cosiddette tanagrine (nome di tradizione
ottocentesca, che deriva da Tanagra, città della Beozia) raffiguravano prevalentemente
giovani donne di solito colte in un vorticoso movimento di danza, con un panneggio in cui
si sfruttava il contrasto tra il chitone, ricco di pieghe verticali e di svolazzi,
e l'himation, sorta di corto mantello che ricopriva strettamente il corpo
femminile. Evidentemente si tratta di soggetti che a prima vista hanno ben poco di
funerario, ma che sono comunque riportabili all'ambito del culto dionisiaco. Interessante
anche il gruppo delle maschere teatrali, il più numeroso in Sicilia dopo quello di
Lipari, con il quale si completano a vicenda: appartengono infatti a momenti successivi.
Bisogna tenere presenti i diversi aspetti della personalità di Dionisio, che è il dio
del vino, dell'ebbrezza e dell'estasi, che dà la gioia ai banchetti, il dio del teatro
(che in Grecia è nato nelle feste dionisiache), ma al tempo stesso è il dio che promette
le beatitudini ultraterrene a coloro che sono stati iniziati ai suoi misteri e che hanno
conformato la propria vita ai precetti della sua religione. L'alto numero di fornaci di
ceramisti in età ellenistica, III-I secolo a.C., lascia intravedere l'importanza assunta
da questa attività artigianale: è un dato che va d'accordo con la presenza in diversi
posti della Sicilia di terrecotte ellenistiche di stile centuripino. Le fornaci sembrano
raggrupparsi in veri e propri quartieri industriali ai margini dell'abitato.
Interessanti fornaci di epoca
ellenistica per la produzione di ceramiche e terrecotte sono state individuate a Piano
Capitano negli anni Settanta in scavi condotti con la direzione scientifica dell'Istituto
di Archeologia dell'Università di Catania. Un quartiere ceramico doveva essere nell'area
in cui i resti di una fornace sono visibili ai margini della strada Centuripe-Mandarano.
Molti dati interessanti stanno venendo da recenti esplorazioni che hanno restituito
terrecotte e resti di strumenti per la lavorazione dell'argilla; una simpatica curiosità
è costituita da una grondaia a maschera leonina che è stata recuperata assieme a parte
della matrice da cui è stata tratta.
Rosario Patanè
Direttore del Museo Civico |