CENTURIPE Anno III - N. 1

Si potrebbe dibattere all'infinito sulla bellezza senza mai venirne a capo. Oggettività e soggettività, il bello perché bello o perché piace. A volte il dubbio rimane. Mai dubbio, però, rimane quando la bellezza ha il nome Sicilia. Un lembo di questo angolo di paradiso mi piace più di ogni altro: l'entroterra. Catene montuose si alternano a lussureggianti vallate, canyon molto simili a quelli visti in mille film western americani e, dalla cime dei monti, il mare si vede da lontano, da molto lontano. Tutto quanto dipinto con i colori cangianti delle stagioni.

C'è una strada nel centro della Sicilia, una strada provinciale che, appena fuori Regalbuto, procedendo in direzione di Catenanuova, comincia ad arrampicarsi in cima ai monti costeggiando altissimi valloni. È la strada che porta a Centuripe, un piccolo centro della provincia di Enna posto a poco più di settecento metri sul livello del mare proprio in cima a cento rupi. Più mi addentro e più la mole dell'Etna diventa imponente su tutta la vallata: il bianco cono innevato del vulcano si staglia nel limpido cielo della Sicilia. Ai suoi piedi l'uomo, con le sue minuscole abitazioni, con i suoi tentativi di domare la natura arginandone i corsi d'acqua o coltivandone in modo razionale i frutti. Intanto Centuripe mi viene incontro, quasi gelosa dello spettacolo che l'Etna regala mi svela e mi nasconde il suo tesoro: una storia lunga millenni.

Oggi Centuripe si snoda nelle sue strette vie, attraversate da automobili che lente si incanalano l'una dietro l'altra, certamente ignare che sotto quell'asfalto i "resti" di un popolo greco o romano aspettano di ritornare alla luce del sole per confrontare con esso tutto il loro splendore. "Resti"! I veri resti forse siamo noi; noi rimanenze impertinenti di antiche civiltà con un grandissimo senso del bello, tanto grande da consumarlo perfino nei piccoli utensili della vita quotidiana. Me ne convinco ogni volta che guardo anche un solo coccio con un po' di pittura quasi del tutto sbiadita in un museo archeologico.

Anche Centuripe ha il suo museo e i suoi "tesori" creati da ignote mani artigiane di oltre venti secoli fa. Un'arte che in tutti questi anni, pur continuando ad appartenere a uomini lontani dagli allori, non è mai andata perduta: chissà, forse perché tramandata da padre in figlio, per sempre. Probabilmente appartiene al patrimonio genetico dei centuripini l'arte di manipolare l'argilla. Non riesco a spiegare in altro modo l'abilità di molti artigiani di oggi nel ricreare tali e quali, quasi con le stesse identiche tecniche dei loro avi, vasellame e terrecotte di tipo archeologico: due mani plasmano saggiamente l'argilla all'interno di un calco, morbidamente la maneggiano. Una massa informe comincia ad assumere forma, si attacca al gesso, diventa un tutt'uno con esso e ne ruba la forma.

Un calco sopra l'altro, argilla che sposa altra argilla fino al risultato finale. La destrezza atavica di altre mani smonta ogni calco, separa il gesso dall'argilla fino a rivelare a poco a poco il frutto di sì abile lavoro: un vaso. Poi, il forno dà calore all'argilla, e ancora altre mani danno il colore dipingendola con antiche scene di caccia. Un ultimo tocco ancora, una spruzzata di altra terra, una mano ancora fa diventare antico ciò che ha solo pochi attimi di vita. Proprio qui davanti a me.

Non conoscevo quest'arte né Centuripe. Immaginavo la prima solo come uno dei tanti argomenti di storia dell'arte e la seconda come un dimenticato paese, lontano dal mondo, arroccato su una rupe, anzi su cento rupi. Né l'uno né l'altro. Un artigianato fiorente è quell'arte a Centuripe, città di artigiani, oggi come ieri, un esempio di creatività e imprenditorialità in questo angolo di terra ricca di risorse e contraddizioni. Una piccola area artigianale è stata creata a due passi dal paese, subito dopo una vasta zona depredata dai tombaroli. Costruzioni moderne si incastonano nelle pendici di Centuripe senza alterarne la bellezza, in un gioco di specchi e plexiglas; pareti e tubi metallici si alternano quasi affacciandosi su una terrazza naturale che guarda il vulcano. Una, due... cento porte. Dietro ognuna di esse il lavoro di decine di artigiani. Ogni porta che si apre svela al mondo un altro mondo, fatto di mani intente a creare, a riparare e modellare. Ogni porta ha i suoi suoni e i suoi odori. Ora la musica fischiata da una giovane donna mentre con pazienza fa rivivere su un vaso i miti dell'antica Grecia; e poco più in là l'odore dell'argilla che cuoce nel forno. Ancora un altra porta, appena socchiusa, rivela il suono delle macchine da cucire attraverso le quali una quarantina di ragazze creano l'abbigliamento che chissà quante volte ho visto e vedrò dietro lussuose vetrine di città. Altra porta altro suono, altra gente che lavora. Suoni, rumori e odori di officine, di opifici che nemmeno la più fervida immaginazione poteva immaginare qui e così attivi. Quale immaginazione avrebbe potuto portare la freschezza dei salmoni norvegesi al centro della Sicilia? Nessuna immaginazione, solo la voglia di produrre e affumicare un pesce gradito al palato più fine. È questo un evento. Diverso da ogni manifestazione culturale, diverso da ogni attrattiva turistica, diverso da tutti gli spettacolari fenomeni naturali che ogni anno richiamano migliaia di migliaia di turisti in tutta l'isola. È questo un evento, forse normale per alcuni, ma certamente speciale in questo cuore di Sicilia dove sole, arte, cultura e tradizioni hanno finalmente trovato un partner nello sviluppo economico. Questa è Centuripe. Anche questa è la Sicilia.

Emilio Barbera

L'artigianato di ieri.

Centuripe è universalmente nota nella letteratura archeologica per due prodotti dell'artigianato artistico di epoca ellenistica: statuette di terracotta e vasi policromi centuripini si trovano in musei sparsi per tre o quattro continenti, grazie anche a scavi e commercio clandestini. La tipica produzione di vasi, databile tra il III e il II secolo a.C., è caratterizzata dalla decorazione a rilievo e dalla pittura figurata a colori con soggetti che riportano all'ambiente del culto dionisiaco. La pittura è realizzata a tempera, dopo la cottura del vaso, ed è quindi molto delicata. La decorazione figurata è eseguita con tecnica pittorica, con l'uso dello sfumato e del tratteggio per rendere il chiaroscuro, con tocchi di colore più denso o in contrasto rendere i dettagli interni.

I soggetti appartengono prevalentemente al mondo femminile: spesso si trovano tre figure di donne, due laterali che assistono quella di mezzo porgendole oggetti da toilette, ornandola, incoronandola; è facile intuire che si tratta della preparazione della sposa. In molte scene appare questa figura femminile, evidenziata per le dimensioni e per la posizione centrale, contraddistinta dal velo o dalla corona nuziale, protetta dall'ombrello, seduta sulla Kline, in atto di sacrificare la cintura sull'altare di Afrodite: si tratta di vari momenti della cerimonia nuziale. Le figure maschili non hanno mai un ruolo principale, fanno eccezione i casi in cui è riconoscibile la figura di Dionisio: qui il centro della composizione e dell'attenzione è la figura del dio. Si tratta di oggetti che avevano una destinazione funeraria, erano destinati ai corredi delle tombe di una minoranza che aveva un proprio particolare rito, gli iniziati di una setta misterica. Anche in altri tipici prodotti dell'artigianato artistico centuripino è possibile cogliere interessanti connessioni con l'ambiente dionisiaco. Le officine di Centuripe ebbero una grande importanza per la coroplastica ellenistica. Tra il III e il II secolo a.C. sono state prodote numerose statuette di terracotta dai soggetti più vari: della realtà quotidiana, divinità, personificazioni ecc. Le cosiddette tanagrine (nome di tradizione ottocentesca, che deriva da Tanagra, città della Beozia) raffiguravano prevalentemente giovani donne di solito colte in un vorticoso movimento di danza, con un panneggio in cui si sfruttava il contrasto tra il chitone, ricco di pieghe verticali e di svolazzi, e l'himation, sorta di corto mantello che ricopriva strettamente il corpo femminile. Evidentemente si tratta di soggetti che a prima vista hanno ben poco di funerario, ma che sono comunque riportabili all'ambito del culto dionisiaco. Interessante anche il gruppo delle maschere teatrali, il più numeroso in Sicilia dopo quello di Lipari, con il quale si completano a vicenda: appartengono infatti a momenti successivi. Bisogna tenere presenti i diversi aspetti della personalità di Dionisio, che è il dio del vino, dell'ebbrezza e dell'estasi, che dà la gioia ai banchetti, il dio del teatro (che in Grecia è nato nelle feste dionisiache), ma al tempo stesso è il dio che promette le beatitudini ultraterrene a coloro che sono stati iniziati ai suoi misteri e che hanno conformato la propria vita ai precetti della sua religione. L'alto numero di fornaci di ceramisti in età ellenistica, III-I secolo a.C., lascia intravedere l'importanza assunta da questa attività artigianale: è un dato che va d'accordo con la presenza in diversi posti della Sicilia di terrecotte ellenistiche di stile centuripino. Le fornaci sembrano raggrupparsi in veri e propri quartieri industriali ai margini dell'abitato.

Interessanti fornaci di epoca ellenistica per la produzione di ceramiche e terrecotte sono state individuate a Piano Capitano negli anni Settanta in scavi condotti con la direzione scientifica dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Catania. Un quartiere ceramico doveva essere nell'area in cui i resti di una fornace sono visibili ai margini della strada Centuripe-Mandarano. Molti dati interessanti stanno venendo da recenti esplorazioni che hanno restituito terrecotte e resti di strumenti per la lavorazione dell'argilla; una simpatica curiosità è costituita da una grondaia a maschera leonina che è stata recuperata assieme a parte della matrice da cui è stata tratta.

Rosario Patanè
Direttore del Museo Civico

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