ACIREALE, d'acqua e di fuoco Anno III - N. 1

Acireale di mattina presto, con il sole che ancora non è arrivato alle facciate delle case delle viuzze che affacciano al mare, in questa parte mediterranea della città, con il blu dello Jonio in fondo a ogni discesa. Un ricordo insistente di borgo marinaro mi accompagna, risalgo a caso una viuzza, ne scendo un’altra. Ma non voglio lasciarmi trascinare dal desiderio di scendere ancora, di dare una consistenza a quella linea blu che sembra chiamarmi. Il mare di Acireale è un altro, in una dimensione diversa, separata. E’ un mare da guardare dall’alto, per ora. Trovo una chiesa, con una terrazza che si protende al di là della strada ripida. Il sole illumina soltanto il campanile. Dentro stanno facendo preparativi con cesti di fiori, forse per un matrimonio. La luce ancora fredda che scende da alti finestroni illumina diffusa affreschi barocchi. Una figura che prima non avevo notato, immobile se non fosse per il movimento di una mano che regge un lungo sottile pennello, sta restaurando il dipinto in una nicchia. Un sacerdote, gentile, mi dice che il momento migliore per gustare gli affreschi è verso il mezzogiorno, quando la luce del sole entrerà dalle finestre. Il barocco di Santa Maria del Suffragio, un barocco senza toni squillanti, quasi in sordina.

Risalgo un’altra via ancora all’ombra. Man mano le case, prima spesso a un solo piano, a volte con il guizzo colorato di un’agave o della chioma di un mandarino al di là del muro di un giardino interno, basse comunque e semplici, le stesse case che potrei veder in un paese di pescatori, acquistano dimensioni e importanza. Poi un alto muro dietro cui, rotonda, spunta una cupola, e dietro l’angolo, la macchia verde di un giardinetto. Ci sono altissime palme sottili, una fontanella, panchine a ridosso di una siepe, al centro una statua che si staglia, ancora ignorata dal sole, sullo sfondo della settecentesca aristocratica facciata di un palazzo. Mi siedo e non sono stanco. Guardo la silhouette della statua, ascolto l’acqua della fontana. Un posto fresco, tranquillo.

Ormai sono vicino al centro. Sbuco di fianco a San Sebastiano, con le sentinelle marmoree delle sue statue che presidiano l’ingresso dalla balaustra. Sono dieci, tutti personaggi biblici, capitanati da un Mosè nel suo atteggiamento più classico. Sulla facciata altre statue, angioletti con espressioni trasognate. Questo è il barocco di Acireale, ricco, aristocratico e anche mitico.

Avrei voglia di fermarmi ancora a scoprire le espressioni, i segreti di tutti questi volti di marmo. Sono straordinari. L’interno è grandioso, con gli affreschi di Pietro Paolo Vasta, prolifico pittore acese. I pilastri delle tre navate sembrano scandire un motivo di potenza, il pulpito scintilla di intarsi madreperlacei, il pavimento ha decori fastosi e belli. Nella cappella di sinistra scopro un tesoro. Affreschi che dichiarano apertamente la loro origine: un Cristo seduto ha, sullo sfondo ma perfettamente riconoscibile, l’Etna. E, sotto, una rete con dentro pesci guizzanti ha il commovente sapore delle storie vere. Uscire è come sbucare in un mondo alieno.

Pochi passi e sono nel cuore della città. La Piazza del Duomo. Con la cattedrale, due campanili, un rosone geometricamente ricamato sotto un aereo chiostro. Il sole sta incominciando a illuminare anche la parte bassa della facciata. Un barocco che probabilmente non sarebbe mai esistito senza una catastrofe.

La notte dell’undici gennaio 1693 un fortissimo terremoto devastò la Sicilia, e distrusse praticamente Acireale. E la ricostruzione ha prodotto questi capolavori. La piazzetta aperta verso la montagna è delimitata sul fondo dalla basilica dei Santi Pietro e Paolo, con la sua imponenza e il suo campanile asimmetrico – avrebbe dovuto averne un altro, come il duomo, ma non fu mai costruito, e in fondo, non se ne sente la mancanza – e dal lato opposto al duomo dal palazzo Comunale.

Attraversare questa piazza, questo che è il salotto della città e la sua anima, mi dà la stessa sensazione che ho provato quando per la prima volta mi sono trovato di fronte alla Piazza dei Miracoli a Pisa. E’ come muoversi in una dimensione a cui ti rendi conto di non appartenere, nella quale ti è stato consentito di entrare per una sorta di magico momento. Che non può durare per sempre, ma che per sempre ti porterai dentro.

Queste chiese, con l’austerità delle linee verticali continuamente interrotta e resa più viva da decori, statue, ornamenti. E la facciata del palazzo profano, gli incredibili sostegni della lunga balconata in ferro battuto che mi guardano con cento occhi diversi, con infinite espressioni nate in un mondo che appartiene soltanto ai sogni. Ma non agli incubi, nonostante le bocche dentute e le smorfie mostruose. Una collezione fantastica di creature che non appartengono a questo mondo.

Corso Umberto si stende al di là, palazzi eleganti e vetrine, ma ora sento il bisogno di risalire altre stradine, questa volta verso il monte.

Perché Acireale è una città unica, divisa tra il mare e la montagna. La montagna di fuoco, l’Etna.

Le vie più importanti corrono parallele al mare, e dividono le altre strade tra quelle che scendono verso il blu dello Jonio e quelle che salgono verso il vulcano.

Un mercatino, ceste vive dei colori della natura, gente che parla a voce alta, le grida dei venditori, lo sprazzo argenteo di una cassa di pesce. Negozi e portoni, altri mascheroni intagliati in pietra lavica, fino a quello nerissimo e feroce del magnifico palazzo Musumeci, in una piazzetta chiusa da un’altra grande chiesa, neoclassica questa. Devo vedere l’Etna. Allora trovo una signora gentile e mi affaccio al più alto terrazzo della zona.

E vedo Acireale, tutta. Dal blu del mare oltre le guglie dei campanili e più lontano l’ombra azzurrina della Calabria alle case più recenti al di sotto della linea verde delle campagne alle pendici della grande montagna e su, fino alla neve e alla cima del cratere più alto, dove il fumo è una nuvola bianca, diversa da una qualsiasi nube, che si sfilaccia nel vento verso occidente.

Ecco la realtà, il senso di questa città. Acqua e fuoco, i due elementi che si fondono, le due forze primeve che regolano la vita di Acireale. Potrei passare interi giorni a guardare questo panorama, a lasciarlo entrare in me e nei miei pensieri, ma non voglio approfittare oltre di questa straordinaria ospitalità, offerta con grazia a uno sconosciuto.

Ritorno verso i corsi, vetrine eleganti e passanti, il sole che ormai ha raggiunto il cuore delle viuzze più strette. Il belvedere, con il suo parco fitto di alberi e di verde, cela la statua di Aci e Galatea. La mitica origine della città. Poi la pietra si spacca, e dalle crepe escono tenere canne, e il cavo più profondo risuona d’acque in moto. Ovidio canta la storia della ninfa Galatea e del bellissimo pastorello Aci, e del mostruoso Polifemo, che, per gelosia, lo uccide. Così Aci si trasforma in fiume. E Galatea lo piangerà per sempre. La descrizione della furia omicida del ciclope, che vive sull’Etna, e che tonando scaglia una rupe contro il rivale, mi pare, in fondo, la poetica interpretazione d’un evento naturale, terremoto o eruzione. La terra si spacca e ne esce un corso d’acqua, che darà il nome alla futura città. Ancora acqua e fuoco. Dalla balaustra del belvedere l’altra grande acqua di Acireale, lo Jonio. Con le casette e lo scoglio con torretta di Santa Maria La Scala, in basso, oltre lo strapiombante cornicione naturale su cui la città è stata costruita. Scendo a piedi, tra cespugli profumati di macchia mediterranea, verso il porticciolo con i colori delle barche da pesca in secca, e scopro un paesino con le nere scogliere di lava, case di pescatori e di antichi signori. Questa è la spiaggia di Acireale, come Santa Tecla, Pozzillo, Santa Caterina. Il vulcano pare più lontano, ma la sua vetta imbiancata rimane immanente su tutto. E la lava degli scogli merlettati di spruzzi è un altro segno della sua potenza.

Ritorno in Acireale con il sole al tramonto. I lampioni e le vetrine si accendono, il sole arrossa di una luce calda i campanili e la basilica del duomo. Non riesco a trattenermi, e vado ancora a guardarmi le smorfie inumane sotto il balcone del palazzo Comunale.

Un signore che passeggia nella piazza mi guarda prima stupito, poi abbozza un sorriso. Stavo pensando al significato apotropaico che qualche studioso attribuisce a questi mascheroni – quello di scacciare i dèmoni, gli spiriti del male – e probabilmente stavo sorridendo a mia volta. Sicuramente il significato primo, nelle civiltà antiche, nel mettere sopra le entrate figurazioni mostruose era sicuramente quello. Ma non qui, non in questa città. Casomai, ci sarà stato un certo desiderio scaramantico.

Ecco perché qui il Carnevale è così importante. E’ il momento in cui questi mascheroni si animano, sfilano in mezzo alla gente per una festa di allegria collettiva.

Sono anch’essi una parte dell’anima di questa città, oltre l’acqua e il fuoco. Acqua e fuoco che sono ancora una volta i protagonisti di un’altra antichissima caratteristica acese: le terme. Ci andrò domani, ora incomincia a far buio e mi è venuta voglia di gente. Per capire meglio.

Attraverso la strada e mi volto: la piazza con la sua scenografia sembra qualcosa che ho sempre conosciuto, dove sempre avrò voglia di tornare.

Acireale mi pare un respiro sospeso nel tempo.

Alessio Camusso

La città di Acireale, situata al centro del comprensorio etneo, rappresenta il luogo ideale, dal punto di vista geografico, climatico e paesaggistico, per potersi qualificare come stazione termale.

Alle pendici dell’Etna e a soli venti minuti dagli impianti sciistici, affacciata sullo Jonio con una costa che si estende da Capo Mulini fino alla splendida Pozzillo, immersa in un trionfo di colori naturali, Acireale può ben fregiarsi del titolo di stazione di cura e turismo.

Possiede tutte le peculiarità per affermarsi tra le migliori località termali per produttività delle strutture, per l’ampia ricettività e le innumerevoli possibilità escursionistiche.

 

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