Acireale di mattina presto, con il sole che ancora non
è arrivato alle facciate delle case delle viuzze che affacciano al mare, in questa parte
mediterranea della città, con il blu dello Jonio in fondo a ogni discesa. Un ricordo
insistente di borgo marinaro mi accompagna, risalgo a caso una viuzza, ne scendo
unaltra. Ma non voglio lasciarmi trascinare dal desiderio di scendere ancora, di
dare una consistenza a quella linea blu che sembra chiamarmi. Il mare di Acireale è un
altro, in una dimensione diversa, separata. E un mare da guardare dallalto,
per ora. Trovo una chiesa, con una terrazza che si protende al di là della strada ripida.
Il sole illumina soltanto il campanile. Dentro stanno facendo preparativi con cesti di
fiori, forse per un matrimonio. La luce ancora fredda che scende da alti finestroni
illumina diffusa affreschi barocchi. Una figura che prima non avevo notato, immobile se
non fosse per il movimento di una mano che regge un lungo sottile pennello, sta
restaurando il dipinto in una nicchia. Un sacerdote, gentile, mi dice che il momento
migliore per gustare gli affreschi è verso il mezzogiorno, quando la luce del sole
entrerà dalle finestre. Il barocco di Santa Maria del Suffragio, un barocco senza toni
squillanti, quasi in sordina.
Risalgo unaltra via ancora allombra. Man
mano le case, prima spesso a un solo piano, a volte con il guizzo colorato di
unagave o della chioma di un mandarino al di là del muro di un giardino interno,
basse comunque e semplici, le stesse case che potrei veder in un paese di pescatori,
acquistano dimensioni e importanza. Poi un alto muro dietro cui, rotonda, spunta una
cupola, e dietro langolo, la macchia verde di un giardinetto. Ci sono altissime
palme sottili, una fontanella, panchine a ridosso di una siepe, al centro una statua che
si staglia, ancora ignorata dal sole, sullo sfondo della settecentesca aristocratica
facciata di un palazzo. Mi siedo e non sono stanco. Guardo la silhouette della statua,
ascolto lacqua della fontana. Un posto fresco, tranquillo.
Ormai sono vicino al centro. Sbuco di fianco a San
Sebastiano, con le sentinelle marmoree delle sue statue che presidiano lingresso
dalla balaustra. Sono dieci, tutti personaggi biblici, capitanati da un Mosè nel suo
atteggiamento più classico. Sulla facciata altre statue, angioletti con espressioni
trasognate. Questo è il barocco di Acireale, ricco, aristocratico e anche mitico.
Avrei voglia di fermarmi ancora a scoprire le
espressioni, i segreti di tutti questi volti di marmo. Sono straordinari. Linterno
è grandioso, con gli affreschi di Pietro Paolo Vasta, prolifico pittore acese. I pilastri
delle tre navate sembrano scandire un motivo di potenza, il pulpito scintilla di intarsi
madreperlacei, il pavimento ha decori fastosi e belli. Nella cappella di sinistra scopro
un tesoro. Affreschi che dichiarano apertamente la loro origine: un Cristo seduto ha,
sullo sfondo ma perfettamente riconoscibile, lEtna. E, sotto, una rete con dentro
pesci guizzanti ha il commovente sapore delle storie vere. Uscire è come sbucare in un
mondo alieno.
Pochi passi e sono nel cuore della città. La Piazza
del Duomo. Con la cattedrale, due campanili, un rosone geometricamente ricamato sotto un
aereo chiostro. Il sole sta incominciando a illuminare anche la parte bassa della
facciata. Un barocco che probabilmente non sarebbe mai esistito senza una catastrofe.
La notte dellundici gennaio 1693 un fortissimo
terremoto devastò la Sicilia, e distrusse praticamente Acireale. E la ricostruzione ha
prodotto questi capolavori. La piazzetta aperta verso la montagna è delimitata sul fondo
dalla basilica dei Santi Pietro e Paolo, con la sua imponenza e il suo campanile
asimmetrico avrebbe dovuto averne un altro, come il duomo, ma non fu mai
costruito, e in fondo, non se ne sente la mancanza e dal lato opposto al duomo dal
palazzo Comunale.
Attraversare questa piazza, questo che è il salotto
della città e la sua anima, mi dà la stessa sensazione che ho provato quando per la
prima volta mi sono trovato di fronte alla Piazza dei Miracoli a Pisa. E come
muoversi in una dimensione a cui ti rendi conto di non appartenere, nella quale ti è
stato consentito di entrare per una sorta di magico momento. Che non può durare per
sempre, ma che per sempre ti porterai dentro.
Queste chiese, con lausterità delle linee
verticali continuamente interrotta e resa più viva da decori, statue, ornamenti. E la
facciata del palazzo profano, gli incredibili sostegni della lunga balconata in ferro
battuto che mi guardano con cento occhi diversi, con infinite espressioni nate in un mondo
che appartiene soltanto ai sogni. Ma non agli incubi, nonostante le bocche dentute e le
smorfie mostruose. Una collezione fantastica di creature che non appartengono a questo
mondo.
Corso Umberto si stende al di là, palazzi eleganti e
vetrine, ma ora sento il bisogno di risalire altre stradine, questa volta verso il monte.
Perché Acireale è una città unica, divisa tra il
mare e la montagna. La montagna di fuoco, lEtna.
Le vie più importanti corrono parallele al mare, e
dividono le altre strade tra quelle che scendono verso il blu dello Jonio e quelle che
salgono verso il vulcano.
Un mercatino, ceste vive dei colori della natura,
gente che parla a voce alta, le grida dei venditori, lo sprazzo argenteo di una cassa di
pesce. Negozi e portoni, altri mascheroni intagliati in pietra lavica, fino a quello
nerissimo e feroce del magnifico palazzo Musumeci, in una piazzetta chiusa da
unaltra grande chiesa, neoclassica questa. Devo vedere lEtna. Allora trovo una
signora gentile e mi affaccio al più alto terrazzo della zona.
E vedo Acireale, tutta. Dal blu del mare oltre le
guglie dei campanili e più lontano lombra azzurrina della Calabria alle case più
recenti al di sotto della linea verde delle campagne alle pendici della grande montagna e
su, fino alla neve e alla cima del cratere più alto, dove il fumo è una nuvola bianca,
diversa da una qualsiasi nube, che si sfilaccia nel vento verso occidente.
Ecco la realtà, il senso di questa città. Acqua e
fuoco, i due elementi che si fondono, le due forze primeve che regolano la vita di
Acireale. Potrei passare interi giorni a guardare questo panorama, a lasciarlo entrare in
me e nei miei pensieri, ma non voglio approfittare oltre di questa straordinaria
ospitalità, offerta con grazia a uno sconosciuto.
Ritorno verso i corsi, vetrine eleganti e passanti, il
sole che ormai ha raggiunto il cuore delle viuzze più strette. Il belvedere, con il suo
parco fitto di alberi e di verde, cela la statua di Aci e Galatea. La mitica origine della
città. Poi la pietra si spacca, e dalle crepe escono tenere canne, e il cavo più
profondo risuona dacque in moto. Ovidio canta la storia della ninfa Galatea e del
bellissimo pastorello Aci, e del mostruoso Polifemo, che, per gelosia, lo uccide. Così
Aci si trasforma in fiume. E Galatea lo piangerà per sempre. La descrizione della furia
omicida del ciclope, che vive sullEtna, e che tonando scaglia una rupe contro il
rivale, mi pare, in fondo, la poetica interpretazione dun evento naturale, terremoto
o eruzione. La terra si spacca e ne esce un corso dacqua, che darà il nome alla
futura città. Ancora acqua e fuoco. Dalla balaustra del belvedere laltra grande
acqua di Acireale, lo Jonio. Con le casette e lo scoglio con torretta di Santa Maria La
Scala, in basso, oltre lo strapiombante cornicione naturale su cui la città è stata
costruita. Scendo a piedi, tra cespugli profumati di macchia mediterranea, verso il
porticciolo con i colori delle barche da pesca in secca, e scopro un paesino con le nere
scogliere di lava, case di pescatori e di antichi signori. Questa è la spiaggia di
Acireale, come Santa Tecla, Pozzillo, Santa Caterina. Il vulcano pare più lontano, ma la
sua vetta imbiancata rimane immanente su tutto. E la lava degli scogli merlettati di
spruzzi è un altro segno della sua potenza.
Ritorno in Acireale con il sole al tramonto. I
lampioni e le vetrine si accendono, il sole arrossa di una luce calda i campanili e la
basilica del duomo. Non riesco a trattenermi, e vado ancora a guardarmi le smorfie inumane
sotto il balcone del palazzo Comunale.
Un signore che passeggia nella piazza mi guarda prima
stupito, poi abbozza un sorriso. Stavo pensando al significato apotropaico che qualche
studioso attribuisce a questi mascheroni quello di scacciare i dèmoni, gli spiriti
del male e probabilmente stavo sorridendo a mia volta. Sicuramente il significato
primo, nelle civiltà antiche, nel mettere sopra le entrate figurazioni mostruose era
sicuramente quello. Ma non qui, non in questa città. Casomai, ci sarà stato un certo
desiderio scaramantico.
Ecco perché qui il Carnevale è così importante.
E il momento in cui questi mascheroni si animano, sfilano in mezzo alla gente per
una festa di allegria collettiva.
Sono anchessi una parte dellanima di
questa città, oltre lacqua e il fuoco. Acqua e fuoco che sono ancora una volta i
protagonisti di unaltra antichissima caratteristica acese: le terme. Ci andrò
domani, ora incomincia a far buio e mi è venuta voglia di gente. Per capire meglio.
Attraverso la strada e mi volto: la piazza con la sua
scenografia sembra qualcosa che ho sempre conosciuto, dove sempre avrò voglia di tornare.
Acireale mi pare un respiro sospeso nel tempo.
Alessio Camusso

La città di Acireale,
situata al centro del comprensorio etneo, rappresenta il luogo ideale, dal punto di vista
geografico, climatico e paesaggistico, per potersi qualificare come stazione termale.
Alle
pendici dellEtna e a soli venti minuti dagli impianti sciistici, affacciata sullo
Jonio con una costa che si estende da Capo Mulini fino alla splendida Pozzillo, immersa in
un trionfo di colori naturali, Acireale può ben fregiarsi del titolo di stazione di cura
e turismo.
Possiede tutte le
peculiarità per affermarsi tra le migliori località termali per produttività delle
strutture, per lampia ricettività e le innumerevoli possibilità escursionistiche.
|