LE INTERVISTE

Dieci domande a Pietrangelo Buttafuoco

L'intervista a don Riboldi

I colori di Dario Insabella

Metti una sera con Salvo La Rosa


Una slava a Enna

di Riccardo Caccamo

 

Quando è arrivata a Enna nessuno avrebbe mai pensato che quella donna, slava, avrebbe portato la città capoluogo di provincia più alto d’Italia in cima alle classifiche dei campionati nazionali di pallamano femminile. Fino allo scudetto e a due coppe Italia.  L’abbiamo incontrata e intervistata.

Grinta, determinazione, e poi... donna, sensibilità e debolezze. È più difficile vincere in campo oppure nella vita?

Per me è stato ed è difficile in entrambe le situazioni. Ho dovuto mettere grinta per riuscire nella vita come nello sport. E’ diversa la grinta, ma ne occorre tanta nello sport e nella vita.

Quando scendi in campo, prevale il tuo carattere di atleta o di donna?

Prevale sempre il mio carattere agonistico.

Cosa si prova a essere “campioni” in una provincia dove, nello sport, i livelli raggiunti difficilmente sono così alti?

Per noi è una cosa indescrivibile. L’abbiamo veramente desiderato tanto; per questo siamo riuscite a vincere lo scudetto ed essere campioni d’Italia. Per un dieci, venti per cento degli ennesi è stata una cosa bellissima, dai restanti non abbiamo ricevuto molto. La città ha partecipato poco ai nostri successi. Per questo mi sento di ringraziare chi veramente ha creduto in noi standoci vicino, sempre. Però, sinceramente, dalla città mi aspettavo qualcosa in più.

Ci descrivi l’emozione di una vittoria importante?

Non so come spiegartelo. Quando a gennaio abbiamo conquistato la Coppa Italia mi sentivo leggerissima. Prima della partita finale avevo dentro una pietra che mi schiacciava. La partita è stata lunghissima, sai quando guardi nel tabellone e ti accorgi che non finisce mai? E’ finita, abbiamo raggiunto l’obiettivo della Coppa Italia e adesso siamo in corsa per il campionato, speriamo di ripeterci. E’ una cosa molto bella, come ogni cosa che uno fa: anche in altri tipi di lavoro, quando si ottiene un successo è sempre un’emozione grande.

Il tuo sogno nel cassetto?

Vincere lo scudetto. Nella vita, invece, essere una buona madre. Dalle cose che si vedono e si sentono ti rendi subito conto che fare il genitore è una cosa difficile. Marco, mio figlio, è piccolo e non mi dà ancora molti pensieri. Il mio desiderio grande è di essere una buona madre e far crescere questo figlio come si deve, fargli prendere una buona strada.

È più facile gestire uno spogliatoio di donne o uno spogliatoio di uomini?

E’ difficile l’uno e l’altro. La domenica sera guardo sempre le trasmissioni sportive. Guardo gli allenatori dei grandi club di calcio di serie A. Anche se hanno i giocatori sempre a disposizione, tutti i giorni e tutta la giornata, alla fine si ritrovano con gli stessi miei problemi. Donne o uomini, è sempre difficile riunire i caratteri di tante persone e creare il gruppo. Come giocatrice mi trovavo sicuramente meglio, era più facile. 

La domanda che più ti infastidisce?

Sentirmi chiedere dai giornalisti, il venerdì, il pronostico della partita che dobbiamo disputare sabato.

E quella, invece, alla quale vorresti rispondere?

Come sportiva non ho preferenze. Come mamma vorrei poter rispondere a tutte le domande di mio figlio. Io non ho avuto la possibilità di avere i miei genitori accanto perché sono morti abbastanza giovani; in questo senso vorrei dare a mio figlio ciò che non ho potuto avere io.

Liliana Granulich, croata in Sicilia, immigrata o cittadina?

Oramai mi sento cittadina. E’ passato tanto tempo, sono venuta per un anno e sono qua da tredici. Forse mi sento più straniera nella mia terra quando vado in estate, perché di quello che ho lasciato non esiste più niente.

Hai avuto difficoltà ad ambientarti in città?

Rispetto a chi viene in Italia a cercare lavoro la mia situazione è stata molto diversa. Io sono stata chiamata, qui. Tredici anni fa sono venuta a maggio per provare, per vedere tutto quanto, con la paura di chi non conosce l’ambiente e la lingua. La gente è stata però meravigliosa, sono subito stata messa a mio agio. 

Cosa dici, allora di Enna?

E’ la mia città. Qui non sono nata né cresciuta. Però conosco tanta gente e mi trattano come se fossi un’ennese, anche nelle banalità. Faccio un esempio, se vado in un negozio e non ho la carta di credito per pagare mi fanno credito, perché mi conoscono. Certo, forse in una grande città non sarebbe così, ma Enna ti dà questa dimensione, ti consente di sentirti a casa. Non ci sono grandi cose, la città offre poco soprattutto ai giovani, ma se uno si organizza, i mezzi per stare bene non mancano.

 Dopo tredici anni di Sicilia conosci la terra e i siciliani. Cosa dici di questa gente?

Dico che il successo dipende solo da ciò che ognuno ha dentro. Alle mie ragazze dico sempre di andare a scuola, all’università. A loro dico di essere indipendenti, non essere solo una “donna di casa”, ma essere autonome e aspirare sempre a migliorarsi. Anche una moglie non può permettersi di adagiarsi sul fatto che oramai si è sposata, deve essere sempre grintosa, perché le certezze possono anche non durare per sempre.

Quanto lo sport aiuta a vivere positivamente?

Abbiamo avuto due, tre occasioni in squadra di aiutare alcune ragazze che si erano lasciate andare. Lo sport in questo aiuta. Mi dispiace di non poter portare in palestra le ragazze che forse hanno più bisogno, che si trovano in un’età critica. Certo, c’è la necessità di truccarsi, di stare in piazza con gli amici, ma penso che lo sport possa essere la strada giusta nella vita di una donna. 

C’è qualcosa che rimpiangi?

Mi fa molto male la perdita dei miei genitori, più passano gli anni e più questa assenza mi pesa. Di altro,  in particolare nello sport, nulla. Ho cambiato città, nazione, squadra, amici, ho sempre preso le mie decisioni da sola. Non rimpiango nulla.

 

De Gasperi Enna

Annamaria Lattuca (portiere, 1976), Giuseppina Di Dio (ala, 1978), Bijeljna Suada Sejmenovic (terzino, 1967), Pljevlje Mila Lucic (terzino, 1971), Elena Barani (pivot-terzino, 1978), Simona Cascio (pivot, 1977), Carmela Leonardo (ala, 1973), Concetta Viola (ala, 1977), Filippa Selvaggio (jolly, 1975), Anna Cacciato (pivot, 1981), Stefania Sgroi (portiere, 1982), Giacinta Ilardo (centrale-ala, 1985), Liliana Granulic (allenatore, 1958), Luigi Savoca (dirigente, 1960).

 

Bosniaca di Banja Luka, croata di passaporto ma ennese d’adozione, tanto che il consiglio comunale del capoluogo nei mesi scorsi ha proposto di assegnargli la cittadinanza onoraria. E’  Liliana Granulic la donna protagonista del miracolo sportivo della De Gasperi Enna, che lo scorso gennaio ha vinto la Coppa Italia di pallamano femminile. Quarantuno anni splendidamente portati, è a Enna dal 1987. Sono bastate sette stagioni da giocatrice e cinque da allenatrice per portare la propria squadra dall’anonimato alla permanenza stabile nell’élite della pallamano femminile italiana. Lo scorso anno è riuscita a rompere il predominio del triangolo Bressanone-Cassano-Rimini vincendo lo scudetto, il primo per una squadra da Roma in giù.

Ma non meno prestigiose sono le affermazioni in coppa Italia, vincendo le edizioni del 1998 e del 2000. Inoltre, malgrado una stagione costellata dalla sfortuna e da una serie di infortuni, le sue ragazze sono ancora in piena corsa per bissare il tricolore. Di tutto rispetto il palmares personale di Liliana Granulic che, prima di venire in Italia, è stata per lungo tempo titolare inamovibile della nazionale jugoslava e ha vinto numerosi trofei con la “Lokomotiva” di Zagabria.

 

 Home Page

Pagina Sommario

 torna su