LE INTERVISTE |
|
Dieci domande a Pietrangelo ButtafuocoI colori di Dario InsabellaMetti una sera con Salvo La RosaUna slava a Enna
|
L'intervista a don Riboldidi Emilio Barbera
Ho incontrato Mons. Antonio Riboldi in una fredda sera di febbraio. Il 29 febbraio. Un giorno speciale per chi sta dietro a date e superstizioni. Il giorno in più dell’anno bisestile che segna il passaggio da un secolo all’altro, anzi da un millennio all’altro. Un giorno così capiterà solo fra altri duemila anni. A Leonforte, in provincia di Enna, quel giorno è stato speciale per la presenza di Antonio Riboldi, vescovo emerito di Acerra, diocesi difficile in provincia di Napoli. Alto, quasi da intimorire se non fosse per il suo sorriso rassicurante. Don Riboldi entra in queste pagine non perché siciliano, è brianzolo lui, ma perché questa terra è stata la sua casa per circa vent’anni. Quando nel 1958 la Congregazione dei Padri Rosminiani gli affidò una parrocchia, non immaginava certo che dalle nebbie della Lombardia sarebbe andato a finire nel caldo torrido dell’entroterra trapanese. In Sicilia. “Terra di mafiosi”, gli avevano detto. Sceso dal treno, a Salemi ebbe subito modo di verificare che lo stereotipo del siciliano con il mulo, la coppola e la lupara poteva anche essere un tranquillo cacciatore, come tanti in Lombardia. Nel 1968, durante il terremoto del Belice, don Riboldi era parroco a Santa Ninfa. “Fu duro – dice parlando di quegli anni - essere come parroco ‘voce di chi non aveva voce’, anche perché la mafia, la corruzione, non hanno orecchi per sentire chi non ha voce”. Gli chiedo quali ricordi conserva di quel periodo. “Ricordi stupendi – mi dice – di un popolo che ha saputo uscire da una tragedia che lasciò i segni del dolore umano e della grande ingiustizia degli uomini e della mafia: un’ingiustizia che Sandro Pertini, allora presidente della Camera, definì ‘vergogna d’Italia’. Ricordi stupendi di un popolo che ha creduto al domani e nella speranza”. I suoi occhi sembrano proiettati in immagini chiare e definite. “Della Sicilia ricordo la sua generosità e anche la sua sofferenza, quest’ultima portata come una croce che non si riesce a togliere di dosso. Vent’anni di Sicilia sono stati per me, tra l’altro, un camminare meravigliosamente con la gente; perché qui la gente è veramente buona. Ha le gambe un po’ tagliate, ma la speranza consente molte cose”. Parla con tranquillità, e intanto continua a dispensare sorrisi e sguardi alla gente che lì intorno, in tutta la piazza, aspetta aspetta che salga sul palco preparato per lui. Continua a parlare della Sicilia e dei suoi uomimi migliori. “Qui ho avuto la fortuna di avere a fianco, in questa lotta per la povera gente, uomini come il generale Dalla Chiesa, Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Rocco Chinnici: amici tutti trucidati dalla mafia”. Nel 1978, papa Paolo VI lo chiama ad essere vescovo di Acerra: altro territorio con molti problemi, dalla camorra alla disoccupazione. Una diocesi allora senza vescovo da tredici anni. Gli chiedo com’è la Sicilia vista da oltre lo stretto. “C’è una cultura sbagliata – dice con fermezza –. I mezzi di comunicazione presentano la Sicilia in maniera distorta, così come viene presentata sembra tutta mafiosa. Poi, quando uno l’avvicina, si accorge che è proprio diversa. Quando venni sapevo che la Sicilia era mafiosa, un mulo, un mafioso, una lupura. Poi, negli anni, mi accorsi che era tutto diverso, e non riuscivo a capire nemmeno il perché di quella presentazione. Ricordo che non molti anni fa, un grande giornalista come Giorgio Bocca disse che il Sud è un inferno. Non potevo tacere, gli risposi con un libro: il Sud non è un inferno”. Forse, però, la Sicilia è una lacrima di Dio? “Sì, per quello che soffre. Sicuramente. Però c’è anche la Sicilia che è “sorriso di Dio”. Non dimentichiamo, comunque, che Dio piange pure per altre cose; piange anche là dove c’è benessere e ricchezza, dove c’è ingiustizia e violenza e piange per quest’egoismo che fa morire di fame tanti bambini”. Se dovesse dipingere la Sicilia, con quali colori lo farebbe? “Vorrei dipingerla di rosa, di speranza. In estate mezza Italia viene in Sicilia, perché la Sicilia è un monumento da una parte all’altra, è tutta una bellezza da scoprire”. Dalla piazza intanto lo chiamano, lo salutano. E io non voglio distoglierlo da un desiderio che gli si legge negli occhi. Solo un’ultima parola, per i siciliani. “Uscite dall’attesa e fatevi protagonisti. Perché il domani non lo regala nessuno, te lo devi costruire. E la Sicilia ha tante energie che veramente sono il tesoro del domani, un tesoro che bisogna scoprire. Come i talenti. Come un’antica tomba dalla quale vengono fuori mille tesori. Lo stesso è la Sicilia, è una tomba da cui tirare fuori tutti i tesori”. Sale sul palco, comincia a parlare. Sì, il 29 febbraio 2000, a Leonforte, è stato proprio un giorno speciale.
|