STORIA

La rivolta delle donne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'Anno Santo nella storia di Sicilia

di Santi Correnti

 

Il Duemila è un anno veramente speciale, e questo per quattro motivi: perché, il 31 dicembre, chiude il XX secolo; perché, alla stessa data, chiude il Secondo Millennio facendo iniziare, il primo gennaio del 2001, il Terzo Millennio; perché, pur essendo un anno centenario, è bisestile, dato che gli anni centenari sono bisestili soltanto quando sono esattamente divisibili per quattrocento. Pertanto il prossimo anno centenario bisestile ricorrerà nel 2400 (auguri!); perché è il ventottesimo Anno Santo, indetto da papa Giovanni Paolo II con la sua lettera enciclica Tertio Millennio adveniente, in cui ha deciso di prolungare la durata di questo Giubileo, sicché la Chiesa entrerà nel Terzo Millennio chiudendo l’Anno Santo il giorno dell’Epifania del 2001.

Da dove deriva il termine Giubileo? Deriva dalla lingua ebraica, perché gli ebrei celebravano, dal punto di vista religioso, due anni speciali: l’anno sabbatico ogni sette anni, e l’anno giubilare ogni cinquant’anni. In ciascuno di questi due anni speciali non si coltivava la terra (e quindi non si faceva nessuna semina e nessun raccolto) ma si fertilizzava la terra, facendola riposare; si costruivano, invece, strade, si edificavano nuove case e si riparavano o si ingrandivano quelle esistenti; si intensificavano, poi, le produzioni artigianali (soprattutto quella del legno) e le attività commerciali e finanziarie.

L’anno giubilare prendeva questo nome perché veniva annunciato dal suono del jobel, che in lingua ebraica indica lo speciale strumento musicale costituito da un corno di capra. Da questo, quindi, il termine Jubileu. Nella storia culturale del mondo cristiano, la parola latina Jubileu viene adoperata per la prima volta all’inizio del secolo XIII, durante la cosiddetta Crociata contro gli Albigesi (1208-1209), combattuta contro l’eresia càtara (cioè dei “puri”) che si sviluppò nel territorio di Albi in Linguadoca (Francia meridionale), e professò un rigido dualismo teologico tra il principio del Bene e quello del Male, rifiutando persino i sacramenti. E nel 1209 si cantò “Anni favor Jubilei - poenarum laxat debitum!” (Il favore dell’anno giubilare annulla il debito delle pene).

Questo primo Giubileo del 1209 – che in realtà fu un’azione soprattutto militare guidata da Simone di Montfort e voluta da papa Innocenzo III – non ha però nulla da spartire con il primo vero Giubileo cristiano,  indetto da papa Bonifazio VIII - l’italiano Benedetto da Anagni (oggi in provincia di Frosinone), il papa ostile a Dante che regnò dal 1294 al 1303 - con la bolla pontificia del 22 febbraio 1300, che incomincia con le parole Antiquorum digna fide relatio (Il ricordo dgli antichi, degno di fede).

La bolla pontificia indicava il numero di visite obbligatorie che i pellegrini dovevano fare nelle due basiliche romane di San Pietro e di San Giovanni in Laterano (trenta per i residenti a Roma e quindici per i forestieri, per i quali era previsto un soggiorno obbligatorio di almeno quindici giorni), nonché l’obbligo di recitare determinate preghiere secondo l’intenzione del papa e di versare un’offerta in denaro “pro remissione peccatorum”. Si riportava, inoltre, l’inno ufficiale del Giubileo, il quale indicava che, nell’anno centenario di ogni secolo, doveva essere celebrato il Giubileo a Roma con queste parole: “Annus centesimus - Romae est semper Jubileus: crimina laxantur - cui poenitet ista donantur. Hoc declaravit - Bonifatius, et roboravit”.

Il che, in lingua italiana suona: “Ogni centesimo anno a Roma si celebra il Giubileo: – vengono perdonati i peccati, a chi si pente. – Ciò ha stabilito e confermato Papa Bonifazio”.

Stando ai calcoli di Giovanni Villani - cronista del tempo e “romeo” – che descrisse il suo pellegrinaggio a Roma nel capitolo 36 del libro VIII delle sue Cronache (ultimate nel 1348), il Giubileo del Milletrecento portò a Roma – che allora contava circa trentamila abitanti – almeno duecentomila pellegrini (i cosiddetti “romei”, termine che ancora sopravvive nel diffuso cognome Romeo). Tra i “romei” illustri ci fu anche Dante – che a Roma concepì il disegno generale della Divina Commedia, come egli afferma nel canto nono del Paradiso. Tra l’altro, il grande vate, nel canto diciotto dell’Inferno descrisse il pratico modo escogitato dai romani per far passare l’enorme folla di pellegrini per il ponte di Castel Sant’Angelo “tenendo la destra” (senza scontrasi); e nel canto trentuno dell’Inferno – dopo averla vista – la pigna bronzea di San Pietro, allora posta nell’atrio della basilica omonima e oggi conservata nei Palazzi Vaticani, nel Cortile della Pigna. Ci furono anche Giotto, cui sembra si debba attribuire l’affresco di San Giovanni in Laterano, che raffigura papa Bonifazio VIII che legge la bolla del Giubileo; il pittore Cimabue e il celebre miniaturista Oderesi da Gubbio, di cui Dante parla con lode nella Divina Commedia.

Se Papa Bonifazio VIII indisse il primo Anno Santo della storia nel Milletrecento, fu per due motivi: uno religioso, l’altro economico. Il primo consisteva nel confermare Roma con la nuova Gerusalemme, attirando nella città migliaia di penitenti da tutto il mondo. Qui, infatti, convenivano già da tempo migliaia di fedeli, desiderosi soprattutto di contemplare la famosa Veronica (la “vera immagine” di Gesù) che dal 1292 Papa Bonifazio VIII aveva fatto esporre in San Pietro e che anche Dante vide e descrisse, poi, nel canto trentuno del Paradiso (versi 103, 108).

Il motivo economico era determinato dal fatto che il papa, sin dal tempo dei normanni, era il supremo signore feudale della Sicilia; ed era proprio lui a indicare chi dovesse essere il re dell’isola. Per questa ragione Papa Clemente IV – il francese Guido Folques – incoronò Carlo D’Angiò re di Sicilia a Roma, in San Pietro, (16 gennaio 1266). Quest’ultimo, aspirando anche a diventare imperatore di Bisanzio, e pertanto imponendo tasse e balzelli di ogni genere (perfino sui matrimoni!), si era reso così odioso in Sicilia che tutta l’isola – tranne il piccolo castello di Sperlinga presso Enna – si ribellò a lui con il celebre Vespro del Lunedì di Pasqua (trenta marzo 1282), e cacciò i francesi fuori dall’isola. E di questo episodio Dante scrisse nel canto otto del Paradiso: Se mala segnoria, che sempre accora (esaspera) li popoli suggetti, non avesse mosso Palermo a gridar ‘Mora, mora!’.

L’improvvisa e generale rivolta del vespro siciliano scatenò l’ira del papa – il francese Martino IV –, il quale scomunicò i siciliani che, pertanto, furono esclusi dalla partecipazione ai benefici spirituali del primo Giubileo della storia. La scomunica durò novant’anni, fino al 20 agosto 1372, quando fu firmato il trattato di Avignone (dove allora risiedevano i papi) che pose fine alla Guerra dei Novant’anni (come io ho intitolato un mio libro di storia medievale siciliana, pubblicato nel 1973, adoperando una denominazione che ha avuto buona accoglienza tra gli storici).

I siciliani, in quanto scomunicati, furono esclusi sia dal primo Anno Santo del Milletrecento, indetto da Papa Bonifazio VIII, sia dal secondo Anno Santo, indetto nel 1350 da Papa Clemente VI – il francese Pierre Roger –. Ma siccome le spese di guerra – assai onerose – per sostenere gli eserciti francesi che combattevano contro i siciliani, erano fornite proprio dalla Santa Sede, furono in definitiva i siciliani che spinsero Papa Bonifazio VIII a indire il primo Anno Santo.

Come autorevolmente ha spiegato l’insigne storico Giorgio Falco (Torino 1888-1966), specialista di Storia del Papato e professore di Storia medievale all’Università di Torino, nella sua ricerca specifica su Papa Bonifazio VIII (pubblicata nel 1930 alle pagine 407-411 del volume settimo dell’Enciclopedia Italiana), il denaro raccolto con le offerte dai pellegrini venuti a Roma nel Milletrecento assommava quotidianamente a oltre mille libbre in monete d’oro, d’argento e di bronzo, equivalenti a cinquantunomila fiorini, di cui trentamila raccolti in San Pietro. Il Falco definisce questa somma “senza dubbio riguardevole, ma non certo esuberante, di fronte alla necessità del Tesoro papale e alle spese della guerra siciliana”; e non per nulla Dante, nel canto diciannove dell’Inferno, ficcò ancora vivo Bonifazio VIII tra i dannati, accusandolo di “simonia”, cioè di commercio di cose sacre.

I siciliani, pertanto, poterono partecipare agli “Anni Santi” solo a cominciare dal terzo, cioè da quello indetto nel 1390 da Papa Urbano VI; e all’Anno Santo indetto da Papa Giovanni Paolo II con la bolla pontificia Incarnationis Mysterium del 29 novembre 1998, hanno contribuito anche spiritualmente, perché l’inno per la cerimonia di apertura della Porta Santa in San Pietro – avvenuta la vigilia di Natale del 1999 –  è stato composto da due insigni religiosi siciliani: per la musica, monsignor Giuseppe Liberto nativo di Chiusa Sclàfani (Palermo), direttore del coro della Cappella Sistina; per il testo, il teologo monsignor Crispino Valenziano, già preside della Facoltà Teologica della Sicilia a Palermo, nativo di Cefalù (Palermo). I siciliani entrarono nella storia degli Anni Santi anche per un altro motivo, invero non molto conosciuto: la Chiesa ha istituito ben tre Anni Santi Particolari che hanno sede uno in Spagna, uno in Francia e l’ultimo (incredibile ma vero) proprio in Sicilia.

Sarà bene ricordare che, nei secoli passati, i partecipanti agli Anni Santi assumevano diversi nomi a seconda della località sacra verso la quale essi si dirigevano; e, pertanto, si chiamavano, come già sappiamo, “Romei” se si recavano a Roma (ed erano i più numerosi), “Palmari” se si recavano in Terra Santa (per la loro protezione sorsero speciali ordini religioso-cavallereschi come i Templari nel 1119 e i Cavalieri dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, istituiti nel 1099 con la conquista di Gerusalemme da parte dei crociati di Goffredo di Buglione, diventati “Cavalieri di Malta” nel 1530); infine, “Pellegrini” se si recavano nella Spagna occidentale, in Galizia, a Santiago de Compostela per pregare sulla tomba dell’apostolo San Giacomo Maggiore, che nel 44 d.C. – per odine del re Erode Agrippa – fu il primo cristiano a essere martirizzato nella Giudea. Il suo corpo, secondo la tradizione cristiana, fu trasportato dalla Giudea alla Spagna in volo dagli angeli lasciando nel cielo una traccia biancastra (generalmente denominata Via Lattea), che in Sicilia assume la caratteristica e specifica classificazione di “Strada di San Giacomo di Galizia” (a Strata di San Jàbbicu ‘a Lizzia).

Il secondo Anno Santo Particolare è quello di Lione, la città francese che è stata ben cinque volte sede di Concilii Ecumenici della Chiesa Cattolica: nel 474, nel 480 e nel 1245 (quando Papa Innocenzo IV scomunicò l’imperatore Federico II di Svevia), nel 1274 (quando si definì con Papa Gregorio X il dogma dello Spirito Santo) e nel 1774 (quando Papa Clemente XIV discusse i problemi sorti dalla soppresione della Compagnia di Gesù, da lui decisa l’anno precedente).

Questi due primi Anni Santi Particolari vengono celebrati in date differenti, e mai coincidenti con i Giubilei generali, in base a precisi accordi con la Santa Sede. Una datazione precisa riguarda invece il terzo Anno Santo Particolare – che interessa direttamente la Sicilia perché si tiene a Messina, nella ridente borta di Zafferìa – negli anni in cui il Sabato Santo coincide con la data dell’Annunciazione, il 25 marzo. Ciò si verifica tre volte nel corso di un secolo, con l’intervallo di undici anni: sicché nel secolo XX questa coincidenza si è verificta nel 1967, nel 1978 e nel 1989, e nel secolo XXI si verificherà nel 2062, nel 2073 e nel 2084. Questo Anno Santo Particolare di Zafferìa – che possono lucrare i fedeli che negli anni indicati vi si recano assistendo devotamente alla Santa Messa, comunicandosi e pregando secondo le intenzioni del Santo Padre – ha una precisa origine storica, dovuta a una speciale concessione fatta da Papa Sisto IV nel 1472, allora arcivescovo di Perugia.

In quel periodo il papa aveva come medico personale il messinese Giuseppe De Lignamine, che insegnava  Medicina nell’Università di Perugia. Il cardinale Francesco Della Rovere, divenuto papa, volle con sé a Roma il De Lignamine nominandolo Archiatra Pontificio; proprio nello stesso anno, il 1471, si ammalò gravemente e corse pericolo di morte: lo salvò la valentia del suo medico siciliano che ricusò ogni speciale ricompensa. Fu allora che Papa Sisto IV, per dimostrargli la sua gratitudine, istituì questa speciale distinzione per il borgo messinese di Zafferìa, dove il De Lignamine era nato.

Che egli fosse un professionista di eccezionale cultura, è dimostrato dal fatto che pubblicò a Roma nel 1475 – dedicandolo a Papa Sisto IV – il trattato De conservatione sanitatis,  uno dei primi testi italiani sull’argomento, nonché Chronicon Summorum Pontificum sulla storia dei papi, e una biografia del re Ferdinando di Napoli.

Questo Anno Santo Particolare di Sicilia è stato confermato da Papa Pio VII nel 1817, il quale indicò che per lucrare l’indulgenza occorrono le seguenti condizioni: visita devota alla chiesa parrocchiale di Zafferìa, Confessione e Comunione, recita del Credo, recita del Pater Noster secondo le intenzioni del Pontefice, opere di carità.

Quanto, infine, ai contributi innovativi che i pontefici hanno arrecato alla celebrazione degli Anni Santi Giubilari, ricordiamo che nel 1350, per il secondo Giubileo, Papa Clemente VI ridusse la periodicità da cento a cinquant’anni, e aggiunse alle due basiliche di San Pietro e di San Paolo fuori le mura, la basilica di San Giovanni in Laterano; nel 1390, per il Terzo Giubileo, Papa Urbano VI dispose la celebrazione ogni trentatré anni, per commemorare la vita terrena di Gesù; nel 1400, per il quarto Giubileo, Papa Bonifazio IX aggiunse la quarta basilica, quella di Santa Maria Maggiore (detta così perché la più grande delle chiese romane dediate alla Madonna); nel 1423, per il quinto Giubileo, Papa Martino V fece costruire la Porta Santa in San Pietro; nel 1475, per il settimo Giubileo, Papa Sisto IV dispose la periodicità ogni venticinque anni; solo tre papi (su venticinque) hanno celebrato due Giubilei durante il loro pontificato: Papa Bonifazio IX nel 1390 e nel 1400; Papa Pio II nel 1925 e nel 1933; papa Giovanni Paolo II nel 1983 e nel 2000.

Chiudo questa rassegna storica con una nota stridente, ricordando che nella lingua letteraria siciliana, che ha dato poeti autentici come Giovanni Meli le cui liriche furono tradotte da Ugo Foscolo e da Goethe, la parola giubbileu assume il significato di “festa gioiosa” e viene indentificata con le godurie gastronomiche del Carnevale, in particolare con quelle del Martedì Grasso. Per cui non ci stupiamo se un poeta palermitano del secolo XVII, Pietro Bianco, ha cantato nel 1697 “L’ultimu jornu di Carnalivari - quannu ccu li lasagni e i maccarruni - ppi tutti è ‘Giubbileu Universali’!”.

E il Giubileo, storicamente inteso, non è infatti un “convito mistico e gioioso” dell’umanità con Colui che l’ha redenta?

 

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