NATURA

Il ponente del Parco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Inseguendo l'Aquila

di Gino Fabio

 

La prima volta che vidi volare l’aquila reale rimasi incredulo e quasi affascinato di fronte alla maestosa eleganza dei suoi movimenti alari. In quella fredda mattina di febbraio mi ero alzato di buon’ora, quando i massicci calcarei delle Rocche del Crasto erano appena sfiorati dalla tenue luce dell’alba. Continuavo a sentire freddo e poiché il sole non riusciva a scaldarmi le ossa ripensai al tepore del letto che avevo abbandonato. Davvero non sapevo più se valesse la pena affrontare la rigidità del clima per tener fede alla promessa che da tanti anni facevo a me stesso: scoprire e fotografare quell’aquila di cui tanto si parlava ma che pochi avevano visto.

Poco dopo aver raggiunto le Rocche, un volo improvviso di taccole spaventate prima e un secco battito di ali poi mi annunciò la sua presenza: la vidi balzare dalla roccia, lanciarsi verso il basso e poi riguadagnare quota. Nel cielo terso di febbraio fu poi fu raggiunta dal compagno, e insieme diedero vita a una serie di voli acrobatici.

Quello spettacolo, inebriante per un naturalista, mi diede coraggio e così seguitai a frequentare le Rocche del Crasto anche nei giorni successivi. A quel punto era importante scoprire il loro nido.

Una mattina vidi volteggiare nel cielo di Alcara Li Fusi una sola aquila, dell’altra nessuna traccia. La vidi poi prendere quota e dirigersi decisa verso un largo canalone, dove spicca una parete di roccia liscia sormontata da piante di leccio e carpino nero.

Sparì in quella fitta vegetazione, e non mi fu facile ritrovarla. Poco dopo, però, si mostrò di nuovo. Adesso si lasciava cadere, ali semichiuse, in un anfratto roccioso posto qualche metro più in basso. Riuscii a non perderla di vista, e lei mi condusse a ciò che oramai era l’oggetto della mia sfida: il nido.

Ben mimetizzato tra la roccia, quel nido difficilmente poteva essere scoperto se l’aquila non si fosse mossa.

L’estate era già cominciata da un pezzo, avevo seguito le due aquile nel loro naturale ciclo riproduttivo, adesso non volevo assolutamente perdermi l’involo dell’aquilotto. Carico dell’attrezzatura fotografica, mi sono portato in una postazione che mi consentiva di osservare il nido senza farmi vedere. Il giovane rapace, infastidito dal sole, cercava riparo dietro un cespuglio che dal lato destro ancorava il nido alla roccia prolungando i suoi rami fin sopra il nido stesso. Senza che me ne rendessi conto, silenziosa, una delle due aquile si posò sul nido: forte della sua formidabile vista, impettita e resa ancora più regale dal soffio del vento che le alzava le piume, scrutava ogni piccolo anfratto alla ricerca di incaute prede. D’improvviso qualcosa attraversò velocemente il campo visivo del mio binocolo e colpì l’aquila alla nuca fecendole perdere l’equilibrio. Balzai in piedi, angosciato distolsi il binocolo dagli occhi per allargare il mio sguardo e vidi l’aquila trasformarsi quasi in preda, inseguita da un uccello più piccolo. Era un falco pellegrino! Per un momento, avevo temuto alla barbara azione di qualche cacciatore!

Passarono alcune ore e delle aquile nessun segno, poi all’improvviso fu lo stridio dei versi dell’aquilotto che ne annunciarono l’arrivo.

L’ombra gigantesca dell’animale attraversò velocemente il prato sotto di me. Aveva una preda tra le zampe, e che preda: una volpe! Impugnai la macchina fotografica, uno, due, tre scatti, poi l’aquila si posò sul nido. Aspettai ancora un po’ con l’obiettivo puntato. Qualche altra foto ancora, poi le ombre del tardo pomeriggio mi incoraggiarono a lasciare quella famiglia alla propria intimità. Ero soddisfatto come quell’aquilotto: lui aveva riavuto sua madre e un buon pasto. Io le mie foto.

 

 

Libri sul Parco dei Nebrodi

- Frey A. Silvo dei boschi,

Oasi Editrice, Troina, 1999.

- Alaimo, F. Parco dei Nebrodi,

Fabio Orlando Editore, Palermo, 1995.

- Lo Castro, N. Guida ai 21 paesi del Parco dei Nebrodi, Edizioni Scirocco, Messina, 1998.

 

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