NATURA |
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Inseguendo l'Aquila
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Il ponente del Parcodi Concetta Rundo
Il mare è lontano. Non se ne avvertono gli odori, non se ne definiscono i limiti. Siamo altrove, assai lontano; si capisce dalla caratteristica dei colori, dal freddo, dall’altitudine, dall’asprezza e dalla severità dei posti. Siamo nell’anima del Parco dei Nebrodi, nel suo ponente con esattezza, dove il mare è mare di distese brulicanti e gli scogli sono vertiginose montagne tutt’intorno. Il grigio, il verde e il marrone, forti a seconda della stagione, sono la battigia, la salsedine e la costa di chi, come me, vive tra muri di alti arbusti e vertici innevati. Spiegare la natura e tutto ciò che essa crea e trasforma non è da poco; chi sa spiegare un miracolo? Questi posti, però, ve li voglio far conoscere, insieme a me e attraverso me per quello che mi è possibile. Non sono solamente boschi di simpatici folletti e leggende, tutto questo è un “macrouniverso” di microparticelle. Ho pensato agli angoli e agli scorci del Parco che potremo scoprire insieme, ma non ho definito un itinerario preciso: quello lo segna la natura stessa. Con i suoi intervalli di arbusti, con oceani di pascoli e muri rocciosi, con conche lacustri e versi di creature terrestri sovrane dei posti. Partiamo dai margini meridionali del parco e precisamente dalla diga di Ancipa, vicino Troina e Cerami. E’ un lago artificiale, ma non per questo meno suggestivo: natura e “artificio” sono una perfetta simbiosi. L’una tesaurizza l’altro e viceversa, e insieme creano un’armonia di cromatismi, forme e specie. Una sorta di mimetizzazione grazie alla quale si confondono i reciproci confini. Il naturale silenzio seduce e confonde al tempo stesso. Cammini sulla scia di questa beatitudine e della fitta vegetazione, ma a un certo punto devi arrestare la corsa, devi fare una sosta “forzata”. C’è un punto strategico da dove si vede ogni cosa se solo si sposta lo sguardo da ponente a levante. Il lago, poi giù un torrente e ancora natura verde: un dolce contrasto di acque e boschi che confluisce in una sorta di epicentro dove i fenomeni naturali nascono e muoiono. Dapprima l’Ancipa sembra così immensa da non lasciare spazio, sia in verticalità sia in orizzontalità, a null’altro se non alla sua energia liquida; invece, dopo aver camminato ed essere saliti un po’, ci si rende conto che il lago è prigioniero tra le mura delle Rocce di Cunnolio. Abbiamo scalato pareti di aceri e faggi, con la loro immensità vertiginosa i pascoli ci hanno costretto a fermarci. Ora, ma senza riemergere dalle viscere della natura magnifica, l’inconsueto itinerario deciso dalla natura e dai suoi eventi ci indica un altro punto. La nostra prossima meta è Portella del Contrasto e raggiungerla non è difficile. Prendiamo come punto di riferimento la SS 120 e percorriamola fino al bivio per Capizzi; dopo qualche chilometro la SS 117 ci indicherà Mistretta. Qui ricomincia la scalata verso le vette ma non è così che finisce il nostro viaggio nelle vene del “microuniverso” perché poi, alla fine, ci ritroveremo sulla strada del mare. A Portella San Martino - ancor prima di raggiungere Portella del Contrasto - il paesaggio è un po’ diverso, per via della latitudine, per via della vegetazione di altro tipo, per via della gradazione dei colori, più forte o più sbiadita a rispetto ai posti che abbiamo già scoperto, e che certamente abbiamo conservato tra le memorie. Verso ovest, il monte Sambughetti si pavoneggia con i suoi boschi di querce. La loro continuità stordisce e fa male agli occhi, ai limiti degli occhi non vedi che querce: figure di cera verde ferme lì da che il mondo è mondo. Devi muoverti per forza se vuoi riconquistare la padronanza delle cose. Cammini ancora e una schiera di faggi ruba il posto all’immensità dei boschi di prima. Siamo in un altro angolo del “micromondo”, si capisce proprio da questo. Il peso gravoso ma piacevole del verde delle querce non si avverte più, perché una sorta di rilassatezza e di pace interiore assopisce i sensi. Non è un’illusione, è l’effetto di vitrei specchi di acqua che ci hanno sedotto come i boschi prima. Sono i laghetti Campanito - protetti perché fanno parte della riserva naturale -, una successione di conche caratteristiche per la ricca e inconsueta vegetazione lacustre: iris d’acqua, Mentha e Typha che hanno garantito la sopravvivenza di specie animali quasi impossibile a trovarsi nel resto dell’Isola. Se non facciamo rumore, forse potremo vederli anche noi. Immagino i movimenti dei coleotteri d’acqua dolce, immersi prima, e sulla terraferma dopo. Li vedo che frantumano lo specchio d’acqua tuffandosi dentro e poi, subito, scuotere ali e testa per asciugarsi a modo loro. Anche i gatti selvatici, severi e guardinghi seducono; non è assurdo pensare di coglierli in flagrante che minacciano le loro prede, che uccidono per il proprio sostentamento. La terra, l’acqua... Manca solo l’aria. E allora, perché non alzare gli occhi al cielo? Gazze, colombacci e tortore planano con parabole e giochi di ali incontrastate. Quello è il loro cielo. In picchiata anche noi, adesso; copiamo i loro voli e precipitiamo giù. Di nuovo, come prima. Un altro specchio d’acqua fa capolino tra il verde vergine. In questo attimo e in questo luogo, noi siamo allodole innamorate di quell’acqua che ci corteggia. Ci lasciamo andare, e seguiamo il corso del lago Quattrocchi (questo è il nome dello specchio d’acqua) e ci confondiamo con il silenzio. Sembra che ogni cosa debba restare così in eterno perché da sempre è stato così. Ma un rumore simile a un tuffo distrae il silenzio e la nostra piacevole passività di fronte a tanta grandezza. Splash! Sono testuggini palustri che con ad altre specie acquatiche e di terra vivono in questo eden nascosto. Forse resterà tutto quanto così davvero, fino alla fine. E cerchiamo ancora, avidi di libertà, altre emozioni che ci rigenirino mente e idee, così stanche e assuefatte alle abitudini di sempre. Ogni cosa è un delizioso susseguirsi e alternarsi di forme, di nuance, di stagionalità, di consistenza, di resistenza: gli arbusti giovani e quelli più vissuti, le piante, i rovi, la roccia, le vette, le pendici. A proposito di queste ultime. Spostandoci, non ci siamo resi conto di aver lasciato il lago e di essere nella parte settentrionale del Cozzo Matrice, dove i cerri, gli aceri e i pini ci accompagnano per chilometri. E seguendo i chilometri segnati dalla verticalità degli alberi, raggiungiamo i boschi Medda e Mascellino. In una continuità naturale e fluida, gli aceri e i cerri si trasfondono nel corpo caldo e legnoso del faggio. Sembrano non avere limiti le faggete, è come se oltre questi alberi ci fossero ancora faggi. Ma la natura variopinta lascia posto a tutto e ci delizia con specie rare come il Lathyrus, il biancospino e la Dafne laureola. Perché proprio il nome della ninfa trasformatasi in albero di alloro per sfuggire ad Apollo innamorato di lei? Questo è il confine del parco, il confine del nostro itinerario naturalistico. I toni di ogni cosa cominciano a mutare. L’odore dell’aria, la consistenza dei colori, la natura delle distese, la latitudine. Siamo nei paraggi di Mistretta e da qui, oltre alle distese di ulivi, si vede la costa e il mare. Adesso manca poco per raggiungerlo. |