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A Calata di San Fulippu

Calatabiano

di Ettore Bruno

 

“Avi l’occhi beddi, San Fulippu! Parrinu e si girinu a taliari”. Brillano gli occhi alla signorina Barbara quando parla di San Filippo. E continua a parlare, quasi un fiume in piena, mi racconta le tante “calate” alle quali ha assistito nei suoi oltre settant’anni di età. Mi racconta di quando, vent’anni fa, ha fatto la promessa di “vestire” i portatori della vara. Era il sabato della “calata”, e come sempre San Filippo era giunto nella chiesa madre di Calatabiano, la gente, devotissima, approffittava dello stremo dei portatori per avvicinarsi alla vara per sfiorare, anche solo con lo sguardo, il santo nero. Tra i tanti, un bambino di sette anni con la tunichetta di chierichetto non riusciva a farsi largo tra la folla. Decise di aggrapparsi all’acquasantiera per essere più in alto possibile e vedere anche lui San Filippo. Ma l’acquasantiera non tenne il peso del bambino, la vasca si staccò dal suo piede e cadde addosso al piccolo. La signorina Barbara per un momento vide morto quel bambino, suo nipote, e istintivamente si rivolse al Santo. Il bambino uscì indenne dall’incidente e tutti gridarono al miracolo, San Filippo gli aveva salvato la vita. Da allora, la signorina Barbara ogni anno prepara con le sue stesse mani i fazzoletti e le sciarpe che indossano i portatori del santo il giorno della “calata”.

Chissà, nei secoli, quanti miracoli la gente ha potuto raccontare, fatti realmente prodigiosi o fatalità attribuiti a intercessione del Santo! Non è dato saperlo, anche se un “miracolo” si ripete ogni anno: nessuno è mai rimasto ferito nella pericolosissima “calata” del Santo. E di questa cosa, a Calatabiano, ne parlano tutti con fierezza, ma non col vanto di chi è bravo ma con la devozione di chi crede.

Calatabiano è un paesino che gira tutto intorno alla piazza principale, lì c’è la chiesa madre, poco più in là il comune, la banca, il bar… e da lì sembrano diramarsi tutte le vie del paese. Da un lato il mare della splendida costa ionica a due passi da Taormina, dall’altro lato l’Etna, che da qui sembra ancora più grande di quanto non lo sia già, poi una montagna con un castello e una chiesa proprio sotto. E’ lì che bisogna salire per comprendere la “calata”, perché di lassù, il terzo sabato di maggio, una sessantina di portatori cominciano la loro incredibile corsa verso il paese. Ho percorso quella strada – ma più che strada è un sentiero di campagna accidentato e ripido – in un giorno di primavera. La campagna era accarezzata dal sole, tiepido quanto basta per starsene tranquillamente seduti su una panchina in piazza ma caldissimo per chi si appresta a risalire la cima di un monte. Il cinguettio degli uccelli, il delicato svolazzare delle farfalle e le velocissime fughe dei conigli mi facevano compagnia nella mia lenta risalita. Venti minuti di strada, sono in cima, sudato e stanco. La chiesetta che ospita San Filippo guarda il paese sotto, proprio come a proteggerlo, e dà quasi le spalle all’antico maniero costruito ancora più in alto. Da un lato l’Etna emerge innevata, e dall’altro Taormina si affaccia sullo Jonio. Attorno a me solo il silenzio della campagna. Mi sono sempre chiesto perché santi e principi costruissero le loro dimore in luoghi così alti e spesso quasi irraggiungibili, mi sono sempre risposto per tenersi al sicuro da tentazioni e conquiste. Non ne sono più sicuro. Sì, perché da quassù la tentazione è molto forte, e il pericolo di essere conquistato ancora più forte. La tentazione della tranquillità, lontano dai rumori della città. La certezza di essere conquistati da una natura così aspra e così dolce al tempo stesso.

Sabato 20 maggio, quassù si daranno appuntamento i fedeli più devoti, quelli che vengono per  raccogliersi in preghiera, e i portatori del santo. Quassù l’ansia della discesa si mischia con le preghiere recitate a denti stretti, magari per chiedere al Santo di rinnovare il miracolo anche questa volta. Lungo il percorso, già dal primo pomeriggio, prenderanno posto tutti gli altri: chi non riesce a salire fino in cima, chi vuole appostarsi nel punto più suggestivo per guardare da vicino le smorfie di sofferenza dei portatori, chi vuole provare il brivido del pericolo magari trovando posto nei punti più impervi, chi non vuole perdere nemmeno un attimo di uno “spettacolo” ogni volta unico e irripetibile, e chi nel silenzio della fede recita le proprie preghiere perché San Filippo protegga i suoi figli. La “calata” comincia la sua corsa, si alza la polvere, salgono le urla dei portatori, gli “ohh!” degli astanti. Si continua a scendere, uomini, vara, urla, sudori e sassi. Fino alla prima croce, lì la strada diventa più piana, lì il pericolo è quasi passato. Sei minuti, non di più, e il miracolo anche questa volta sarà compiuto. Alle prime case del paese i portatori si fermano per un attimo, giusto il tempo di respirare, giusto il tempo per la banda musicale di prendere fiato e unirsi ai portatori lungo le vie del paese fin dentro la chiesa madre.

Rivivo le scene, anzi vivo le scene della “calata” ascoltando i racconti della signorina Barbara. Mi fa saltare con l’immaginazione resa reale dalle sue parole da un posto all’altro, da un anno all’altro, da un’epoca all’altra. La domenica la processione e poi, “all’ottava”, i portatori riempiono i polmoni di fiato e si preparono alla risalita. “Quando arrivano su in chiesa – racconta la signorina Barbara – nonostante siano stanchissimi, si buttano addosso alla vara per prendere i fiori che la ornano, sono secchi, è vero, perché è trasorsa una settimana, ma sono fiori benedetti”. Quei fiori proteggeranno le case, le auto o i mezzi da lavoro per tutto l’anno. In questo giorno di primavera Calatabiano si sta già preparando per la festa, la signorina Barbara ha già preparato i fazzoletti e le sciarpe dei portatori, manca ancora un mese ma il paese comincia già a guardare la chiesa del Crocifisso da cui San Filippo, anche quest’anno, farà la sua “calata”.

 

 

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