ITINERARI

Leonforte, 100 km per raggiungere il mare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Viaggio a Cesarò

di Alessio Camusso

 

Ci sono arrivato una mattina di sole primaverile terso, in quell’aria così nitida che ti fa sembrare vicine anche le nevi dell’Etna, scintillanti sui pendii orientali.

Venivo dalla strada di Troina, e avevo visto, dopo una serie di saliscendi tra tondi colli da poco ricoperti del tenero verde nuovo del grano che spunta, la sagoma di un borgo dall’aspetto antico. Antico e come disabitato, San Giuliano, una cartolina con lontane reminiscenze toscane, forse per la disposizione, forse per quel campanile tra le case strette e vicine.Così, dopo un’altra discesa e un altro ponte – ormai ero uscito dalla provincia di Enna ed ero entrato in quella di Messina – riesco a vedere il profilo di quest’altro paese, che non è un borgo e non sa di abbandono, con una cima appuntita sulla destra. Sarà stata la giornata, appena sceso dall’auto l’aria pareva qualcosa di fresco e gustoso da bere, da assaporare. E la prima sosta, all’inizio della salita che porta nel paese, poco prima e di fronte ai Carabinieri, è stata al Museo dei Nebrodi. Devo dire ancora che non ero solo, in questa visita: mi accompagnavano due giovani di Cesarò, membri della Cooperativa Val Demone che cura la gestione del museo e altre attività legate al turismo nel comprensorio.

Una visita al museo la consiglio anche a voi: vi potrà preparare a quello che scoprirete dopo, durante la vostra visita, soprattutto sulle tradizioni e sui costumi degli abitanti di queste montagne. Per “sentire” meglio il senso di un paese e della sua gente.

Troverete raccolti gli strumenti di lavoro, quelli che si usavano all’inizio del secolo scorso, dalla “maidda”, un’antica lavorazione del pane, quando si riunivano alcune famiglie  e si cuoceva tutto il pane che era necessario anche per settimane, alla bilancia con i piatti leggerissimi in legno compensato, classico strumento di misurazione, alle pentole forate, le “faliature”, per fare le castagne arrosto.

Interessanti anche gli strumenti per la lavorazione e la produzione dei formaggi, che da sempre costituiscono una delle specialità di questa zona, dai “rumpilatte” alle” fascette”  per fare scolare il siero del latte, in legno o in pietra - oggi si usano in plastica - e i vari recipienti in vimini per la ricotta.

Un angolo commovente è quello dedicato ai costumi: il mantellone per lui, per entrambi tessuti pesanti e caldi, fustagno e pelle di capra o di bovino per gli “zampitti”, le calzature invernali, che coprivano le fasce.

Guardando queste figure un poco ingenue, con la fissità attonita che hanno tutti i manichini, sono riuscito per un attimo a vedere uno scorcio di vita in una Cesarò di centocinquant’anni fa, una vita dura ma al tempo stesso intensa nei rapporti sociali e familiari, una vita che si svolgeva tra i pascoli e i boschi e le case dalle stanze strette odorose di fumo di legna dove le famiglie vivevano unite, dividendo il pane e  ogni giornata.

Me ne parla Salvatore, una delle mie guide, con un tono di nostalgia che farebbero pensare a esperienze vissute direttamente, se non fosse per i suoi venticinque anni. I racconti dei nonni, il sogno eterno di un tempo felice che non c’é più.

Ci sono grandi fotografie che mostrano la tosatura delle pecore, la preparazione della ricotta, l’architettura precisa dei mucchi di legna per fare il carbone, immagini di boschi e di laghi.

Torniamo all’aperto nella splendida giornata di primavera.

La strada sale, il paese è disposto sul colle, protetto a sud dal picco su cui si vede anche da lontano la figura dominante di un Cristo.

Il centro di Cesarò è la piazza San Calogero, che ci permette di avere a portata di mano le due chiese principali: la Matrice e la chiesa dedicata al santo patrono.

Entro nella chiesa madre dall’ingresso principale, passando sotto il timpano spezzato che sovrasta il portale. Si vede che la lavorazione della pietra – arenaria in questo caso – era una specialità degli scalpellini cesaresi.  La chiesa, secondo una data incisa nella pietra, risale al 1647; in un pilastro ornamentale della facciata scopriamo che ci sono state diverse ristrutturazioni, l’ultima delle quali è del 1883, che è anche l’anno in cui fu rifatta la via principale. Per quanto riguarda la vera data di nascita della chiesa madre, la porta chiamata “di tramontana”, quella nella piazza, con il suo arco in pietra e le colonnine che poggiano su plinti quadrati,  dà l’impressione di risalire a un’epoca anteriore al 1600. Una relazione del 1593 ci conferma che esisteva già una chiesa madre dedicata alla Vergine Assunta, affidata a un arciprete con una rendita di 25 ducati.

Una chiesa antica, quindi, che all’interno ci offre la ricchezza di ben tredici altari.

Il colpo d’occhio sull’altare centrale è notevole: si può vedere chiaramente l’organo, un pezzo particolarmente raro, costruito all’inizio del ‘900 in Sicilia dall’inglese Treece.

Un altro pezzo importante è il pulpito, realizzato interamente in legno di noce e, subito a destra dopo essere entrato, ho potuto ammirare la tomba marmorea di Giovanni Romano Colonna, con il busto del nobiluomo e uno stemma con l’aquila bicipite.

E finalmente, nell’altare della navata sinistra, scopro il crocifisso, sicuramente il pezzo d’arte più antico di Cesarò. Una grande tavola sagomata, di classica impostazione bizantina, di attribuzione comune alla scuola pre-giottesca, anche se ultimamente si è fatta strada l’ipotesi, suffragata dal fatto che diversi altri crocifissi simili si trovano in parecchie cittadine dell’isola, che sia opera di una scuola siciliana del ’400. Bella la cornice dorata, altro esempio della scuola quattrocentesca.

Il crocifisso è stato inserito in una nicchia sagomata bordata di marmo, affiancato dalle statue della Vergine Maria e di San Giovanni.

Vengono poi i grandi quadri, tre tele che costituiscono l’altra parte del tesoro artistico. La prima si trova sopra l’altare delle anime del purgatorio, con l’Assunta al fianco della figura dominante del Cristo e San Calogero di fronte a lei, a sovrastare le anime avvolte dalle fiamme del purgatorio, mentre in basso  si celebra una messa a cui assistono tra l’altro due figure avvolte nei mantelli, probabilmente i nobili Colonna.

La seconda rappresenta l’incoronazione della Vergina, l’Assunzione – con lo stesso nome l’altare che si trova sotto il quadro – con il sepolcro pieno di fiori e gli apostoli gioiosi. L’autore di questi due dipinti sarebbe, secondo alcuni, Giuseppe Tommasi, un artista originario di Tortorici del 1600, mentre altri li ritengono frutto della scuola dello Zoppo di Gangi.

Il terzo grande quadro, per ora leggermente sacrificato sopra l’ingresso della porta laterale, è una deposizione dalle tinte forti e dai contrasti che ricordano la scuola del Caravaggio. Straordinaria l’espressione della madonna svenuta, e interessante la figura – purtroppo sbiadita e da restaurare – sulla destra della tela: un vecchio barbuto in preghiera che molti pensano sia San Calogero.

Risaliamo ora la piazza, di nuovo nel sole: il prospetto frontale dell’altra chiesa, quella dedicata a San Calogero, è bello e ricco, nel caldo colore dell’arenaria. Peccato che sia stata costruita a ridosso la scuola che – a prescindere dalla sua indiscussa importanza e utilità – distrugge completamente il bell’effetto della facciata della chiesa.

Dentro, nel centro del pavimento, una ringhiera ripara una scala di alti e rozzi scalini: scendiamo con attenzione e scopriamo una parte della cripta, con una serie di scolatoi, che doveva essere il cimitero dei frati.

E nella chiesa a lui dedicata, facciamo finalmente conoscenza con il santo protettore, San Calogero, pregevole statua di legno dipinto assiso su una poltrona, con un cervo ai suoi piedi e tunica e mantello d’oro. Vicino all’ingresso c’è il fercolo, con graziose scene tradizionali sulle fiancate.

Ecco, ora conosciamo il cuore di Cesarò, e possiamo incominciare a passeggiare nelle strade e stradine, nelle vie che salgono e scendono, guardando i particolari di porte e finestre, provando a indovinare la vita sfarzosa d’altri tempi dietro le persiane chiuse delle finestre di Palazzo Zito, una passeggiata dentro la storia di ieri e dell’oggi, come camminare dentro la dimensione di questa piccola città.

Scendiamo ora verso sud, non lontano dalla piazza e dalle chiese, e ci troviamo sulla breve salita che porta al castello.

Sono rimaste solo rovine, ma bastano a darci il senso della potenza di un tempo.

Era un punto dominante sulle strade che passavano nelle valli sottostanti e in grado di fermare un’armata medievale che tentasse di passare per raggiungere la costa tirrenica.

L’ingresso è caratteristico, un arco sostenuto da pilastri in pietra massiccia, con due colonnine in rilievo su cui poggiano le figure di due cariatidi, uomo e donna.

Provo a girarmi, dopo pochi passi in quello che doveva essere il cortile d’onore e ora è un praticello, e vedo inquadrato nell’arco d’ingresso una porzione di paese, con il campanile della chiesa madre coreograficamente al centro. Da qui, comunque, si gode un panorama stupendo. Mi accorgo che non ho più parlato dell’Etna, che comunque fa parte completamente del panorama di Cesarò, che da qui si può godere in maniera particolare, quasi come da un osservatorio.

Le tracce di un torrione centrale quadrato fanno pensare a una costruzione davvero antica, dell’epoca delle torri saracene. Mentre sul fondo la chiesa di Santa Caterina, edificata con la medesima pietra del castello, costituisce una sorta di bastione sopra la valle.

La storia di questo castello è vaga, almeno per quanto riguarda le origini; per certo si sa solamente che divenne feudo dei Colonna quando appunto Cesarò non era ancora neppure un paese ma un semplice “casale” nel 1367 per volontà di Federico III che lo cedette a Tommaso Romano Colonna. Nel 1700 era l’abitazione del governatore e il carcere del paese.

Fu soprattutto verso la fine dell’ottocento, e nel secolo successivo, che il castello, sempre meno abitato, incominciò ad andare in rovina.

Sicuramente, questa rovina fu aiutata da quanti ritenevano che fosse più comodo prendere dal castello le pietre, già squadrate, per costruire. Il castello come emporio gratuito per l’edilizia. Non fu certo la prima volta, ce lo insegna la storia del Colosseo a Roma.

Oggi, del castello originale, rimane davvero poco. Ma c’é qualcosa che nessuno potrà mai distruggere nè portar via: la posizione, il senso di calmo dominio che si impossessa di chiunque si sieda su queste rovine e guardi all’intorno, sotto di sè, nelle valli.

A parte l’Etna, lontano, e i Nebrodi alle spalle del paese, non c’é punto più panoramico. O, meglio, non c’era.

Non molti anni fa, infatti, per una devozione, sul caratteristico picco che possiamo vedere sulla sinistra di Cesarò arrivando dalla strada di Troina, è stata portata una grande statua, un gigantesco Cristo.

Ci sono andato, sono salito fino ai piedi della statua: la vista è spettacolosa, ancora più ampia che dal castello.

E di qua, da questo simbolo di devozione immerso nell’aria tersa di montagna, possiamo ora avviarci a scoprire gli altri tesori di Cesarò: i suoi boschi, i suoi laghi, gli animali. Perché Cesarò è la porta dei Nebrodi.

Cesarò tra i Nebrodi

Avete mai visto una Sicilia piena di alberi, dove il sole a stento è filtrato dai rami riscaldando il sottobosco che anche in piena estate rimane umido? Avete mai visto una Sicilia ricca di boschi infiniti multicolori, pieni di faggi, aceri, frassini e poi ancora agrifogli, pungitopo e biancospino? Avete mai visto una Sicilia che si innalza nel cielo fino a raggiungere i 1800 metri? Se avete visto tutto ciò, insieme a un quasi fiabesco contorno di laghi, animali selvatici, uccelli di ogni specie in assoluta libertà siete sicuramente stati dalle parti di Cesarò, sul Parco dei Nebrodi. Se non ci siete stati, bé, allora accontentatevi dell’insufficente assaggio che il mio racconto potrà darvi, magari solleticando la vostra voglia di evadere da una civiltà che lascia sempre meno spazio alla dimensione umana.

Marzo, quest’anno, è stato un mese particolarmente tranquillo, solo qualche nuvolone e poche gocce d’acqua. Così, un sabato di marzo, invogliato dal sole già caldo del mattino, riempito lo zaino di provviste e acqua feci rotta verso Cesarò. Nonostante il desiderio di un caffé, preferii non fermarmi in paese per continuare il mio viaggio lungo la statale 289 che porta a San Fratello e poi al Tirreno. Solo pochi chilometri oltre il paese e già la dimensione visiva del paesaggio cambiava prospettiva, le cime dei Nebrodi si innalzavano prepotenti sulle vallate, sempre più alte, sempre più verdi, lasciando solo intravedere il bianco della neve sotto il fitto bosco. A circa 1500 metri di altezza, sulla mia destra, immersa nei boschi, intravidi una casetta di montagna – come quella delle fiabe sembra di cioccolato! invece è tutta di pietra – e il camino fumante mi fece pensare a un caldo focolare domestico. Era Villa Miraglia, un delizioso rifugio di montagna, dove si potevagustare un nero caffé e, a pranzo, un buon arrosto innaffiato di un ottimo vino rosso. Continuai lentamente la mia strada assaporando ogni soffio di quell’aria fresca e pura che, entrando dal finestrino appena abbassato della mia auto, pungeva tutto il mio viso. Ah, come volevo non ritornare in città! Quando arrivai a “Portella Femmina morta” – un nome che certamente porta il ricordo di qualche tragedia avvenuta chissà in quale tempo remoto –, colto da un raptus di vita, scesi dall’auto per sgranchire un po’ le gambe. Da lì potevo scegliere o di proseguire per il mare, oppure di addentrarmi nel bosco, in quello che è l’itinerario più bello della dorsale dei Nebrodi. Ero andato lì per questo, il bosco era lì davanti a me, con i suoi alberi, i suoi animali, i suoi laghi e la sua neve. Prosegui ancora per poche centinaia di metri in auto, poi quell’aria molto frizzante, quegli odori forti di natura, il cinguettio degli uccelli e un branco di cavalli sanfratellani lasciati liberi al pascolo mi indussero a continuare a piedi il mio viaggio. Fu bellissimo! Il bosco si apriva a poco a poco davanti a me, quasi come se si volesse mostrare gradatamente per non scioccarmi. Ogni tanto allegri rivoli d’acqua m’attraversavano il percorso, costringendomi a saltellare qua e là sulle pietre. Prima in discesa, poi di nuovo in salita il mio percorso procedeva. E questi dislivelli avvicinano e poi allontanano la vetta innevata e fitta di faggi di Monte Soro. Poi, d’un tratto, un lago, il Maulazzo. Artificiale, sì è vero, per contenere quei mille rivoli che dalla montagna scendono più a valle, ma il suo aspetto, la sua bellezza nulla ha da invidiare a tanti altri laghetti naturali dei Nebrodi. Per una volta l’uomo ha saputo interagire con la natura! Il volo di alcuni uccelli non bastò a distrarmi dalla mia marcia, avevo ancora strada da percorrere per raggiungere il lago Biviere.

Lo “senti”i dopo circa mezz’ora di cammino, alcuni grossi uccelli di passo mi avvisarono, con i loro strilli, che l’acqua del lago era proprio sotto di loro e davanti a me. Ah, quale paradiso migliore avrei potuto desiderare in terra! Mi sentivo un Robinson Crusoe perduto non in un’isola deserta ma su una montagna incantata, dove perfino il vento non soffiava ma si limitava ad accarezzare le sponde del lago, dove gli uccelli anziché fuggire alla mia vista sembravano aspettarmi per intrattenermi con i loro voli acrobatici, dove i fiori parevano schiudersi per abbracciare il sole. Ero estasiato da sì tanta bellezza. Lo sono ancora rivivendo per voi le tante emozioni provate in quel giorno di primavera.

 

MONTE SORO

 

Una tappa da toccare percorrendo i sentieri del Parco dei Nebrodi nelle vicinanze di Cesarò è Monte Soro. Questo gigante di quasi duemila metri completamente rivestito di una splendida faggetta, che gli fa cambiare colore a seconda delle stagioni, passando dal verde acceso al rosso. Spesso spruzzato di neve, Monte Soro è raggiungibile da una strada asfaltata che si diparte da portella Femmina morta, a 1500 metri di altezza. Giunti quasi alla cima (1800 m) ci si deve fermare a causa di una “zona militare” invalicabile che protegge alcuni ripetitori televisivi. Ci sono però delle scalette che oltrepassano le recinsioni, e da lì è possibile addentrarsi nel fitto bosco. Da una scaletta contrassegnata posta a sinistra della strada, è possibile raggiungere una radura dove, quasi isolato, se ne sta l’aecerone, un gigantesco acero che da secoli “vigila” sul bosco.

 

UNA RICETTA DI MAZZURCO

Dalla cucina di un ristorante di Cesarò famoso in tutta la Sicilia - e non solo - ecco una ricetta per una cucina genuina e gustosa: maccheroni alla Riolo.

Innanzitutto i maccheroni: devono essere freschi e fatti in casa con uova freschissime. Per il sugo:olio purissimo d’oliva, aglio, olive e peperoncino fatti andare con pomodoro. Quando i maccheroni sono cotti - al dente, mi raccomando - si fanno saltare in padella con il sugo, su cui si aggiunge   abbondante ricotta salata grattuggiata.

Per quanto riguarda i funghi, invece, che sono la specialità di Mazzurco - insuperabile la sua zuppa - le ricette vengono tenute segrete. D’altro canto, se non disponete dei  porcini dei boschi di Cesarò - che hanno un aroma unico al mondo, secondo gli intenditori - i risultati non sarebbero gli stessi. Conviene andarli ad assaggiare all’origine, ci sono anche stanze per riposare e fermarsi qualche giorno. Per i prezzi: un pranzo con funghi intorno alle 30/35000 lire. Ne vale la pena.

   

Per fermarsi

• Hotel Caruso, pizza Matteotti Cesarò, 

tel. 095 697382 - 8 posti letto (£. 30.000 senza pasti)

• Albergo ristorante Bar Nebrodi, corso Margherita 30 Cesarò,

tel. 095 696107 (20 posti letto)

• Albergo ristorante Villa Miraglia, località Portella Miraglia S.S. 289, 

tel. 095 7732133 (10 posti letto)

• Albergo bar ristorante Mazzurco, bivio S.S. 120 - S.S. 289,

tel. 095 7732129

 

• Ristorante di Francesco Spadaro, S.S. 120 c/da Malamogliera,

tel. 095 696500

• Pizzeria ristorante Il Capriccio, c.da Malaponte, tel. 095 697382

 

• Agriturismo di Destro Pastizzaro Sergio, c/da Scalonazzo,

tel. 095 69733 (escursioni a cavallo)

• Agruturismo di Gusmano Ignazio, c/da Diedera-Porcaria

• Agriturismo di Trecarichi Calogero, c/da Comunelli, 

tel. 095 696202 (escursioni a cavallo)

 

 

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