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Le donne siciliane e il codice del DI-DO-DI
di Santi Correnti
Se è vero (ed è vero) che i proverbi costituiscono la
cultura di un popolo, perché, più che dalla sua saggezza, essi derivano
dalla sua esperienza di vita – il che spiega i numerosi proverbi
contraddittori, per cui quando un proverbio, per esempio, afferma che «Il
buon giorno si vede dal mattino», vi si contrappone subito quello che, al
contrario, e più saggiamente, avverte di «Non lodare il giorno, prima che
faccia buio»; ed al proverbio che dice che «Chi tace, acconsente», si
contrappone immediatamente quello che ammonisce «Quando l'amico non ti
risponde immediatamente, vuol dire che il discorso non gli piace!»; e così
via di seguito.
Quindi, acclarato il principio che i proverbi derivano
dall'esperienza di vita di un popolo, non ci meraviglieremo se i proverbi
siciliani, nei riguardi delle donne siciliane, siano decisamente a loro
favore, giungendone ad affermare apertamente la loro superiorità sugli
uomini; e non si nota, in questo caso, alcun proverbio contraddittorio,
perfino quando si parla dell'episodio più drammatico, e spesso più
devastante, della vita di una famiglia, qual è quello della morte di uno dei
due genitori.
Ebbene, in questa tragica eventualità, l'esperienza di
vita dei siciliani indica il suo pensiero con un proverbio inequivocabile, e
che non ammette contraddizione, perché suona lapidariamente: «Urfanità,
urfanità, tostu di pa', ca no di ma'»: cioè, se uno dei genitori debba
morire, è meglio che muoia il padre, che non la madre!
Infatti, l'esperienza di vita insegna che, in caso di
morte della madre, il marito superstite, specie se ci sono bambini piccoli, è
costretto a risposarsi, e ad affrontare i gravi problemi dei figli e dei
figliastri (e, comunque, quello dei rapporti dei figli con la matrigna);
mentre invece, se è il padre a morire, la madre superstite conserva e
garantisce l'unità e la compattezza del nucleo familiare, spesso rinunziando
ad un nuovo matrimonio.
E l’effettiva superiorità delle donne è affermata,
ancor più clamorosamente, dal proverbio siciliano che afferma che «A fìmmina
fà, o disfà, la casa», mettendo risolutamente la guida del ménage
domestico soltanto nelle mani della donna, e non dell'uomo, perché, com'è
noto, è «La buona moglie che fa il buon marito»: e il caso contrario non si
è mai verificato.
Altro proverbio siciliano sulla superiorità della donna,
anche dal punto di vista sociale, e non soltanto da quello familiare, è
quello che afferma che «Bastano una donna e un tamburo, per fare scoppiare
una rivoluzione»: il che è storicamente vero, perché, nelle vicende
plurisecolari dell'isola, le più notevoli e le più decisive sommosse
popolari hanno avuto sempre le donne come protagoniste!
Così è stato, infatti, col Vespro siciliano, che fu
iniziato a Palermo il 30 marzo 1282, dal grido di «Mora, mora!» lanciato da
una donna contro gli odiati oppressori francesi; e così è avvenuto
nell'agosto del 1283 a Messina, quando Dina e Clarenza salvarono la loro città
dall'attacco notturno dei francesi, svegliando con le loro grida e col suono
delle campane i difensori, che dormivano, stanchi dal lungo assedio; così è
avvenuto a Palermo il 12 gennaio 1848, quando fu una donna, Santa Miloro, a
sparare il primo colpo di fucile in quella rivoluzione che durò sedici mesi,
ed espulse i Borboni dalla Sicilia; così avvenne a Catania il 31 maggio 1860,
quando «Peppa la cannoniera» scacciò a colpi di cannone dalla città gli
ultimi satelliti della cadente dinastia borbonica, prima ancora che venisse
Garibaldi nella città etnea; e così è avvenuto a Ragusa il 4 gennaio 1945,
quando la coraggiosa Maria Occhipinti, sebbene fosse incinta di cinque mesi,
si sdraiò dinnanzi alle ruote di un autocarro militare, impedendo la partenza
delle reclute ragusane, che non volevano più sentir parlare di guerra, dopo
averla subìta per quattro lunghi e dolorosi anni.
Ma il proverbio che esprime e caratterizza la definitiva
superiorità delle donne sugli uomini, è quello che significativamente
afferma che «Sono gli uomini a fare i fatti, ma sono le donne a fare gli
uomini!»; e per questo proverbio non c’è, e non ci può essere, un
proverbio contraddittorio.
Accertata quindi l’effettiva superiorità delle donne
sugli uomini, sbaglierebbe chi pensasse che esse esercitino spavaldamente ed
oltraggiosamente questa loro evidente supremazia: perché esse hanno saputo
esprimerla in maniera intelligente e raffinata, da loro sempre attuata da che
mondo è mondo con quella intelligente tattica, che io definisco come il «Codice
del DI-DO-DI».
Non è un gioco di parole, perché si tratta di un
acronimo: e sono gli acronimi che «fanno la storia», se pensiamo
all’acronimo cristiano, che da venti secoli domina spiritualmente il mondo
civile, e che suona «INRI» (che significa «Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum»,
e fu scritto sulla Croce del Golgota); oppure se pensiamo all’acronimo «SPQR»,
che unificò politicamente il mondo antico, e che significa «Il Senato ed il
Popolo di Roma» (e quindi non vuol dire affatto, come vorrebbero i burloni «Sono
porci questi romani»!); e in Sicilia abbiamo il glorioso acronimo «ANTUDO»,
che si riferisce al Vespro siciliano del 30 marzo 1282, e che solo
recentemente è stato da me spiegato nel suo autentico significato storico di
«ANimus TUus DOminus», cioè «Il coraggio è il tuo signore, non i
Francesi!»; e quindi costituì l’incitamento alla gloriosa rivolta, che è
passata alla storia con il nome di «Vespro siciliano». Pertanto,
l’acronimo «DI-DO-DI» indica la DIscrezione, la DOlcezza e la DIplomazia,
di cui le donne sanno servirsi in maniera esemplare; e con la loro DIscrezione
sanno comandare, senza atteggiarsi ad oltraggiose dominatrici; con la loro
DOlcezza sanno conquistare gli uomini, facendo loro credere di essere «i
conquistatori», mentre sono dei «conquistati»; e con la loro DIplomazia
sanno risolvere, senza violenze e senza imposizioni, e con una abilità talora
stupefacente, anche le più scabrose ed intricate situazioni familiari o
sociali; sicché anche i poeti hanno cantato la potenza eccezionale del
sorriso di una donna, scrivendo che «La violenza, alla fine, – soggiace
alla dolcezza – perché “Lei” sempre vince – dell’uom la debolezza.
– Per cui, l’uomo più duro, – più burbero e deciso – finisce per
arrendersi – dinnanzi al “suo” sorriso!».
Pertanto, il celebre poeta siciliano Nino Martoglio,
nella sua Centona, parlando di Orlando e di Rinaldo rivali in amore per la
bella Angelica, ha fatto notare la potenza anche di «un solo pelo di una
donna», riecheggiando il proverbio popolare siciliano che afferma che «Tira
chiù un capiddu di fìmmina, ca ‘na paricchia di vôi!» (Tira più un
capello di donna, che una coppia di buoi!); e la loro discrezione e la loro
dolcezza sono tali che quando ad una brava madre di famiglia viene fatta la
proposta di un affare, lei non perde tempo a prendere la sua decisione; e si
farà certamente come lei dice; ma ha sempre il tatto e la discrezione di
dire: «Quantu ci ni parru a mé maritu!» (Vediamo cosa ne pensa mio
marito!); e le stesse doti di pratica saggezza dimostra dinnanzi alle
richieste dei figli e delle figlie, perché lei prende immediatamente la sua
decisione, ma non la palesa, trincerandosi dietro il prudente avvertimento di
«Videmu chi ni dici u papà!».
Ma dove il «Codice del DI-DO-DI» aveva la sua più
geniale affermazione, era quando, nei tempi andati, si doveva combinare un
matrimonio. Una volta i ragazzi e le ragazze non avevano la libertà di
frequentarsi, come avviene oggi; e quando un giovane si innamorava di una
ragazza, e voleva sposarla, si confidava con la propria madre; e se essa
approvava la scelta, era lei che si recava dalla eventuale futura consuocera;
però, il loro colloquio non sfiorava – apparentemente – per nulla
l’argomento del matrimonio, perché non si parlava né di dote, né di
corredo, né di casa, né di cerimonia, perché le due donne parlavano,
incredibile ma vero, soltanto di… pettini!
Con un linguaggio figurato, infatti, la madre del giovane
chiedeva alla sua «comare»: «Cummaruzza, chi l’aviti un péttini di sìdici?».
Sembrerebbe l’innocente richiesta di un «pettine a sedici denti»: ma, in
lingua siciliana, «sìdici» significa in realtà «Siete disposta a dire di
sì ad una proposta di matrimonio per la vostra figliola?».
Se la comare era disposta favorevolmente, rispondeva
gioiosa che aveva un bel pettine di «sì-dici»; ma se la proposta non era
gradita, rispondeva compunta: «No, cummaruzza, mi dispiaci, l’haiu sulu di
No-vi»; che non indicava un «pettine a nove denti», come potrebbe sembrare,
ma significava un diplomatico «No», chiaro e tondo. E la cosa finiva lì:
tanto, le due donne non avevano parlato di matrimoni, ma soltanto di…
pettini!
Se questa non
è diplomazia, anzi DIPLOMAZIA in tutte maiuscole, ditemi voi che cosa sia la
diplomazia: e così le donne siciliane applicavano in pieno il loro
meraviglioso «Codice del DI-DO-DI», che ancor oggi vige nella vita familiare
e sociale della nostra terra.
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